giovedì 2 febbraio 2017

Carceri: cosa spetta ai cristiani?



“Maria ha fretta: accettò di essere madre in un tempo di imperio e di croci.
Maria ha fretta: completa i giorni del parto nel tempo in cui i potenti instaurano leggi di morte, controllo e sfruttamento. Spinti dal censimento, lei e Giuseppe viaggiano fino a Betlemme per compiere le fantasie teologiche e letterarie dei messia attesi, ma lei sa che suo figlio è Galileo. É povero, nero e periferico: bambino Gesù, il salvatore”
Con queste parole la pastora metodista Nancy Cardoso ci ha preparato al Natale.

In questi mesi, l'immagine di Nossa Senhora Aparecida, cara a tutti i brasiliani come madre e protettrice, sta visitando tutte le parrocchie del Paese in preparazione ai 300 anni dalla sua apparizione. La mãe negra del Brasile si sofferma soprattutto nelle carceri. La gente commenta: “è la visita di una madre ai suoi figli”.
Nei primi giorni di gennaio, però, due massacri disumani hanno sconvolto la vita di centinaia di persone nelle carceri di Manaus e Boa Vista. I figli che Maria ha visitato dietro le sbarre sono in grande maggioranza poveri, neri e periferici, come il suo Figlio. Insieme a tutte le madri violate da questa barbarie, grida alle porte delle prigioni, senza sapere cosa chiedere... per lo meno che il corpo del figlio sia ricomposto e le sia restituito...

In queste ore drammatiche cosa spetta ai cristiani?
Il silenzio è molto più degno di tanti interventi razzisti e di qualsiasi apologia alla violenza repressiva, che subito si solleva in nome della “sicurezza pubblica”.
“Rispondere alla violenza con violenza porta a sofferenze atroci”, ricorda Papa Francesco nel suo Messaggio per la Pace, e non garantisce nessuna sicurezza, specialmente per i più fragili.
Per questo, a noi cristiani spetta anche contrapporre con forza cammini diversi, in un radicale appello alla nonviolenza. C'è una “dignità più profonda” in ogni persona, insiste Francesco.
La bomba della violenza scoppia per accumulo di disumanità, quando si permette che una qualsiasi istituzione neghi la dignità umana.

La nonviolenza, quindi, è una risposta urgente in opposizione a tutti i tipi di guerra, specialmente a quella dichiarata contro i poveri nelle periferie urbane e nelle carceri.
É difficile resistere all'appello della vendetta, sia a livello individuale che politico. Le nostre prigioni sono una “vendetta istituzionalizzata”, in cui vige unicamente il principio della punizione ed il metodo del degrado strutturale.
Eppure “l'amore al nemico costituisce il nucleo della rivoluzione cristiana” (Benedetto XVI).

La sfida più complessa è come trasformare l'amore al nemico in una risposta strutturale, nonviolenta, alla violenza urbana che sovraffolla le nostre carceri.
É su questa sfida che si gioca il futuro della nostra sicurezza. Se il Brasile continua semplicemente ad accumulare detenuti in queste “fabbriche di tortura che generano mostri” (come le ha definite il coordinatore nazionale della Pastorale Carceraria), con questo ritmo tra poco più di cinquant'anni avremo un brasiliano su dieci imprigionato.

In tanti stanno lavorando a proposte alternative: la Pastorale Carceraria propone da tempo, a livello politico, una strategia progressiva di scarceramento, abbinata a misure di rieducazione effettivamente inserite nella società.
L'Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati (APAC) pratica un modello di detenzione fondato sulla responsabilità del prigioniero, chiamato “recuperando”.
Occorre avanzare con coraggio e creatività, per offrire parole nuove, capaci di riconciliare questa società a partire da strutture più giuste ed inclusive!

lunedì 2 gennaio 2017

Anno nuovo, Brasile nuovo?



Anno nuovo, vita nuova!
Realmente, qui in Brasile ci rendiamo conto che “non saremo più gli stessi”. É una frase che ascoltiamo molto, dopo tutto quel che è successo nel 2016 e che abbiamo cercato di raccontarvi in questa pagina, a partire di storie “dal basso”.

Un presidente che in molti consideriamo illegittimo ha scalzato un governo già di per sé molto contaminato dalla corruzione. Ma la storia non è cambiata, anzi, sta peggiorando.
La recessione economica che si prevedeva nel governo Dilma era del 3,5% del PIL. Dopo sette mesi di governo del presidente Temer la prospettiva è del 7%. La disoccupazione è passata da 10 a 12 milioni di persone da un mandato all'altro. La “promessa magica” di riorganizzazione del Paese e crescita economica gridata ai quattro venti dai golpisti non si è realizzata.

Non saremo più gli stessi perché tutta questa instabilità e la polarizzazione degli schieramenti nei mesi passati, incentivata da un'intensa manipolazione mediatica, ci hanno restituito un paese ferito, diviso ed oggi disilluso. Alcuni dicono: “forse non siamo mai stati una nazione, ma un agglomerato di persone che occupano lo stesso territorio”.

In questo senso, il riconoscimento della “plurinazionalità” del nostro Paese potrebbe essere anche un passo avanti, come lo è stato in Bolivia ed Ecuador grazie alle Costituzioni nazionali. Ma neppure nei piccoli tasselli del grande mosaico-nazione del Brasile la gente riesce a garantire il controllo dei suoi territori.
Gli indigeni Akrãtikatêgê del Parà ogni anno organizzano una gara tipica della loro cultura: diverse squadre corrono, a staffetta, caricando sulle spalle un pesante tronco d'albero, fino all'arrivo.
Mi sembra una buona metafora del peso che sta sempre più schiacciando le comunità tradizionali e, in generale, chi vive alle periferie.
Tra il 2004 ed il 2012 il Brasile era riuscito a diminuire dell'80% la deforestazione dell'Amazzonia. Negli ultimi quattro anni, però, questo saccheggio è aumentato del 35%, soprattutto per minori investimenti nella lotta contro il taglio illegale di alberi e a causa del disastroso Codice Forestale approvato tre anni fa.
Quando le comunità locali cercano di imporre strategie di autodifesa del territorio e dei beni comuni, la violenza impune stronca la resistenza. Negli ultimi tre mesi sono stati assassinati e mutilati sei leaders indigeni del popolo Guajajara, nel Maranhão: diversi di loro si erano opposti al contrabbando di legname e all'invasione delle terre indigene.
Eppure la speranza non manca!
Nel Maranhão, per esempio, i diversi gruppi schiacciati da questa violenza si stanno incontrando tra loro, nella “Tela di Popoli e Comunità Tradizionali”. Il mese scorso si è realizzato il quinto incontro, con condivisione di storie di resistenza ed autonomia, nella prospettiva ispiratrice del “Bem Viver”, la visione profonda della vita che gli indigeni ci possono ancora insegnare.
Anche i vescovi di tutta l'Amazzonia si sono riuniti, a novembre scorso, ripensando una Chiesa in chiave amazzonica e orientata verso l'orizzonte dell'ecologia integrale (LS 137); “La memoria dei primi missionari -dicono- ci aiuta a vincere la paura di aprire nuovi cammini”.

Uno di essi è proposto a tutta la Chiesa dal Movimento Cattolico Globale per il Clima: la celebrazione del Tempo Liturgico della Creazione, dal 1 settembre (giornata mondiale di preghiera per la cura del creato) al 4 ottobre (festa di San Francesco d'Assisi). Un tempo di sensibilizzazione, conversione ed azioni concrete della Chiesa, a tutti i livelli, per tradurre in pratica la Laudato Si, andare oltre gli slogan e poter sul serio dare ragione della nostra speranza: anno nuovo, vita nuova!

giovedì 22 dicembre 2016

In fila, aspettando Natale



Non mi é mai piaciuto fare la fila.
Dá una sensazione di perdita di tempo, mancanza di rispetto e umiliazione di chi, per una qualsiasi necessitá, deve sottomettersi alla disorganizzazione o al disinteresse dell’istituzione o dell’impresa di turno.

La nostra gente sembra che si sia abituata alle file. Ma si perde l’individualitá, il volto e la storia di ognuno. Siamo utenti, clienti, lista anonima di gente, in cicli di vita e consumo urbano che ci spersonalizzano.

Ogni piccola comunitá, di fede o di resistenza (che alla fine è la stessa cosa) è un tentativo di sostituire la fila con il circolo, nella pratica della celebrazione, dell’ascolto reciproco e della solidarietá con gli ultimi.

Nei giorni scorsi, peró, ho voluto entrare in una fila, e l’ho assaporata passo dopo passo. Era la fila dell’ultimo saluto a dom Paulo Evaristo Arns.
Il cardinale dei diritti umani, difensore di molte persone perseguitate dalla dittatura militare, povero con i poveri, ha tradotto la teologia della liberazione in opzione per le periferie e le pastorali sociali.

È morto dopo 95 anni di vita appassionata, lucido e vigilante fino alla fine in difesa della democrazia e dei piccoli.

Il suo corpo riceveva l’omaggio di tutti nella Cattedrale, la fila cominciava dal fondo della piazza ed arrivava pian piano fino all’altare. Una fila in cui tutti erano uguali: alcuni in giacca e cravatta, ma molte piú persone semplici. Si potevano immaginare le ferite della vita che alcuni di loro caricavano, e la riconoscenza per l’esistenza di una persona che li aveva fatti sentire protetti e valorizzati. “Noi esistiamo”, sembrava gridare quella moltitudine; occupando la cattedrale, si facevano appello, profezia ed anelito per una Chiesa realmente dei poveri e in uscita.

Nella fila c’era anche un signore, afrodiscendente, curvato per gli anni, con una giacca di velluto marrone elegante nella sua semplicitá, in attesa del suo omaggio a dom Paulo.
Si faceva aiutare nel cammino da due giovani, probabilmente suoi nipoti, uno a sinistra e l’altra a destra. Immaginavo il carico di storia che quest’uomo portava sulle spalle… Come è bello vedere due anziani che si incontrano, recuperando memorie di dignitá e di vita. E sperare che questa storia si trasmetta ai piú giovani, nella fila senza fine delle generazioni.

Anch’io sono entrato in fila umilmente, chiedendo la saggezza, la passione e lo Spirito di dom Paulo. Questa lunga linea di gente che attraversava la piazza principale di São Paulo mostrava quanto abbiamo bisogno di testimoni ispiratori, coerenti e degni. In un momento politico di mediocritá, in un contesto culturale di precarietá, di scelte volatili e valori temporanei, quest’uomo piccolo di statura ma grande nell’animo è stato seminato come una radice al centro della cittá.

Mettersi in fila, in questo caso, è stato preparare un incontro, andare insieme nella direzione di una luce. È una bella immagine della preparazione del Natale, è ció che auguro ad ogni amico e amica che cammina con me.