domenica 3 settembre 2017

Orizzonti locali

“Il Brasile è sempre stato, ed è tuttora, una macina che tritura le persone.
Ci siamo costruiti bruciando milioni di indigeni. Poi, abbiamo incendiato milioni di neri. Oggi stiamo bruciando e consumando milioni di meticci brasiliani, nella produzione non di ciò che consumano, ma di ciò che dà profitto alle classi degli impresari” (Darcy Ribeiro, 1995).

Negli ultimi articoli cercavamo di tenervi aggiornati sulla profonda crisi politica in Brasile, narrando mese a mese ciò che ci sembrava avanzare e ciò che ci preoccupava.
Fermiamoci, però, per guardare da più lontano. Saliamo più in alto, al di sopra della cappa di fumo stantia in cui il Paese respira da tempo. Cerchiamo nuovi orizzonti.

Non è facile trovarli, perché in questo tempo insieme ai diritti, allo stato sociale e ad una protezione minima per le categorie più deboli si stanno smontando relazioni più profonde, come la disponibilità al dialogo, l’onestà di condotta, la coerenza tra il dire ed il fare, il confronto leale (anche se duro) con chi la pensa diversamente. 
Crescono invece il fanatismo, l’esclusione razzista, le soluzioni violente. Dove si nasconde la speranza?

Come in altri paesi del mondo, cerchiamo nuove forme per “stare insieme da cittadini” (forse chiamandola così riusciamo a dare un volto più attraente alla Politica). 
Ci hanno provato in Spagna, poi in Grecia... anche qui in Brasile è stato lanciato un movimento partecipativo per ripensare la politica “dal basso, cercando di superare la crisi attuale, che non è solo di questo governo, ma di un sistema che si è esaurito”. Si chiama Raiz, la Radice. Si ispira ai valori delle nostre culture ancestrali: il Teko Porã (vivere bene, nella cultura indigena Guaranì), l’Ubuntu (“Sono poiché siamo”) e l’Ecosocialismo.

Qualsiasi proposta popolare, in Brasile, deve contemplare il tema dei beni comuni e del territorio, visto che la maggior parte dei conflitti (e lo stesso colpo di stato) sorgono anche per il controllo di questi patrimoni.

Dobbiamo seguire con attenzione le iniziative che vanno in direzione ostinata e contraria: gli indigeni Ka’apor del Maranhão e le ronde forestali di vigilanza contro il taglio degli alberi; il popolo Munduruku* e l’auto-demarcazione dei suoi territori, con la vittoria significativa contro i megaprogetti idroelettrici sul fiume Tapajòs; il municipio colombiano di Pijao** (il primo latinoamericano dalla Rete Città Slow) con il referendum che ha bandito le attività minerarie da tutto il territorio comunale; la rete agro ecologica Ecovida, nel sud del Brasile, che da più di vent’anni promuove organizzazione sociale, produzione e commercializzazione di alimenti senza agrochimici, aggregando 2000 famiglie di agricoltori e 10 cooperative...

Il potere locale fa la differenza, riflette Papa Francesco. Nel locale “possono nascere una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura e una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra” (LS 179).

Forse gli orizzonti locali sono ancora ristretti. Ma sicuramente ci ridanno il gusto della partecipazione, dell’impegno e del bene comune, che sono principi dalla cui linfa nascerà qualcosa di nuovo!

* Il Governo brasiliano ha dovuto cancellare l’anno scorso la licenza ambientale dell’idroelettrica São Luiz do Tapajós, prevista nel cuore dell’Amazzonia. Avrebbe inondato la terra Sawré Muybu dell’etnia Munduruku e decine di comunità fluviali nella regione.

** In Colombia la Corte Costituzionale ha autorizzato i municipi a proibire le attività minerarie nei loro territori. Una eventuale decisione in questo senso è vincolante e obbliga lo Stato a rispettarla e garantirla. 

mercoledì 12 luglio 2017

Dona Luisa, seu Francisco e la corruzione

Si chiude un altro giorno intenso, per dona Luisa e seu Francisco. 
Rientrano a casa stanchi: lui ha passato ore in cerca di lavoro, è camionista ma la crisi ha tagliato molte opportunità. Si arrangia, quindi, improvvisandosi meccanico o manovale, a seconda delle occasioni. Nella vita precaria di periferia ha imparato a fare un po’ di tutto. 
Luisa, invece, si è alzata all’alba per preparare salatini e una torta; è stata in piedi tutto il giorno, fuori dalla porta della scuola, cercando di vendere i suoi prodotti a professori e studenti (tra di loro, i suoi tre figli).

La prima cosa che fanno, rientrando in casa, è accendere la TV: non hanno voglia e forza di dialogare; si sdraiano, passivi, sul sofà. Ascoltano, aspettano il tempo passare, ipnotizzati dalle immagini di un mondo di consumo irraggiungibile, ma che sembra lo stesso saziarli e consolarli: “forse un giorno anche noi vivremo così”.
Poi arriva il telegiornale: incastonato tra le due telenovelas principali, anch’esso dipinge le sue verità e modella a suo modo la realtà. 
Da qualche mese il tema è la corruzione. Non si può nasconderla più, ma è ancora possibile offrirne un’interpretazione manipolatrice. 

Luisa e Francisco non capiscono, non gli interessa; s’è creato in loro un sentimento di sgomento e schifo, che alla fine allontana ancor più la politica dall’impegno popolare, indebolisce il contributo alla vita pubblica, mantiene nelle mani di pochi gruppi influenti la gestione di questo enorme e ricchissimo paese.

E così, si rafforza una condizione surreale: un Presidente della Repubblica senza nessuna legittimità, impopolare e con accuse gravissime sulle sue spalle sta riuscendo ad inanellare riforme radicali che smontano sistematicamente il sistema di diritti costruito con tanta lotta e partecipazione popolare nei decenni precedenti.

Alcuni lo chiamano “il golpe dentro del golpe”. Scalzata la Presidente eletta, il potere del grande capitale ridimensiona, al suo servizio, i diritti sul lavoro, cerca di tagliare le spese della previdenza pubblica, rimodella il sistema educativo e asciuga i finanziamenti al sistema sanitario.
Ritornano scene che pensavamo superate: gli ospedali non ricevono più pazienti perché sono al limite dei fondi disponibili; mancano medicine, garze ed altri curativi; i medici chiedono alle famiglie che li comprino e li portino in ospedale…
Progetti importanti, come la lotta contro la deforestazione o la siccitá nel nordest, sono praticamente eliminati. Malgrado i tagli, la crisi avanza ed incide sempre più sulle famiglie povere: la disoccupazione aumenta ed il valore dei salari è indietreggiato ai livelli del 2012.

Non c’è in gioco una disputa per il posto di Presidente o un conflitto tra due partiti: si sta accentuando sempre più il conflitto tra l’1% dei magnati brasiliani ed il 99% della gente.
Solo il movimento e la protesta popolare possono smontare le regole di questo gioco assurdo. Ma bisogna aiutare dona Francisca e seu João a scendere in piazza, ad alzare la voce…

Reforma Trabalhista: voltamos ao Egito

Amanhecemos com mais um peso nas costas. Um jugo que uns poucos, que não carregam, colocaram no pescoço dos trabalhadores e trabalhadoras do Brasil.
Foi dado outro passo no projeto refinado e cínico para concentrar ainda mais a renda e os bens do País.
A CNBB, o MPT, a OAB e outras entidades definem a reforma trabalhista aprovada ontem no Senado um “grave retrocesso social”, um texto “crivado de inconstitucionalidades”.

A Palavra de Deus que hoje meditamos e que nos ilumina a cada manhã nos fala da família de Jacó, desesperada em tempos de fome, em busca de pão no império do Egito.
O estado egípcio era formado por uma elite dominante (menos de 5%) e por súditos inferiores (90%). O Egito tinha acumulado o grão: a terra estava nas mãos do faraó, em troca das sementes e do direito de trabalhar o povo entregava um quinto da colheita aos donos, e em seguida era obrigado a comprar deles as sementes.
Esse sistema econômico mortal beneficiou uma pequena minoria e levou à dependência ou à escravidão a maior parte das famílias. É um projeto que gera pragas que o próprio sistema não conseguirá mais controlar; é um modelo destinado a afundar em águas profundas.

Amanhã estaremos todos lambendo as feridas dessa sociedade, tentando curativos improváveis para estancar a hemorragia de famílias desestruturadas, jovens precarizados, falta de segurança nas ruas e na vida de cada pessoa. 
Não esqueçamos, porém, que a fonte de tudo isso vem de jornadas como aquela de ontem, de alianças sujas entre uma política de interesses particulares e o projeto cobiçoso dos arautos da economia capitalista.

Essa é a mãe de todas as violências. Quem a semeia e cultiva carrega a responsabilidade maior. Mas também quem apoia ou ignora silenciosamente se faz cúmplice.
Quem tem fé no Deus da Vida se levanta, mesmo se é noite, e retoma caminho tentando sair desse Egito, a cada ciclo histórico mais excludente. 

domenica 11 giugno 2017

Rivoluzione dal basso

Il 28 aprile è stata una data storica, in Brasile.
Da più di vent’anni non si realizzava uno sciopero generale, convocato collettivamente da tutte le forze sindacali, con partecipazione massiccia della popolazione. 

Anche la chiesa cattolica ha preso posizione chiara, molti vescovi hanno invitato la gente a riprendere in mano il diritto alla partecipazione e ricostruire coraggiosamente il ruolo della politica popolare.

Attraversiamo una crisi politica vile e deludente, segnata da un golpe bianco e dal fango della corruzione, con rivelazioni e denunce incrociate che si spargono a macchia d’olio.
Il presidente illegittimo sta inanellando una serie di riforme antipopolari, con la complicità di un sistema mediatico alleato al grande capitale, a beneficio degli speculatori finanziari di cui è fantoccio politico: ha congelato le spese di salute ed educazione pubblica per i prossimi vent’anni e smontato una serie di diritti fondamentali finora protetti dalla legge sul lavoro; si muove con estrema facilità ed un forte appoggio parlamentare verso la privatizzazione di diversi beni comuni e l’eliminazione dei vincoli legali che stanno bloccando nuovi grandi progetti, efferati e devastanti dal punto di vista ambientale.

Il Paese sembrava immerso in uno stato di torpore collettivo, a causa della disillusione e dell’intensa manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa.
Ma l’intensificarsi dell’arroganza del Governo ha fatto traboccare il vaso. In modo organizzato e prevalentemente nonviolento, 40 milioni di persone sono scese in strada. Un atto popolare che riposiziona completamente la scacchiera del potere politico: “il campo popolare è vivo e ha la forza per affrontare il golpismo ed il neoliberalismo” – ha commentato un rispettabile analista politico.

Volnei (agricoltore) e Cristiane (professoressa) hanno preparato lo sciopero con le loro due figlie. La loro foto è commovente: piena di speranza per il futuro e di indignazione, perché giochi sporchi di potere glielo stanno rubando.

Scendere in strada è un atto di civiltà; manifestare e protestare, rivendicando diritti negati, è una scuola di vita.
Ce lo insegnava don Lorenzo Milani, 50 anni fa, dibattendo con i cappellani militari: “Se voi avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto”.

La Pasqua di due donne

Grazie a te che leggi, oggi vorrei far dialogare tra loro due donne brasiliane che non si conoscono, ma che si ispirano a vicenda e ci aiutano a comprendere meglio la Pasqua che abbiamo appena celebrato.

Nancy è teologa metodista, mamma di due figli, molto impegnata nella Commissione Pastorale per il diritto alla terra (CPT).
Appena prima di Pasqua, nello scenario preoccupante del Brasile di oggi, ha scritto un testo forte e provocante: “quest’anno non ci sarà resurrezione”.
Mai prima d’oggi il cristianesimo in Brasile è stato così appariscente, celebrato, massificato… ma tutta questa pompa non serve a nulla! Non migliora neppure di un centimetro la società. Il fascismo e la barbarie convivono con le messe e le celebrazioni. È ora di scendere dai tacchi, abbandonare i palchi e le tribune.
In un paese violento e profondamente ingiusto, il fervore religioso è un fattore anestetico, se non perfino un vettore d’intolleranza. Troppa fede, poca vita!

Nel 2016, 61 contadini e 138 indigeni sono stati uccisi perché tentavano di difendere le loro terre. Trentamila giovani sono stati assassinati, il 76% erano afro discendenti. Negli ultimi dieci anni le uccisioni di donne nere sono cresciute del 54%; siamo il quinto paese al mondo per il numero di femminicidi; ogni 25 ore viene uccisa una persona omosessuale (in questo il Brasile è il primo paese al mondo).
Con tutte queste morti sulle spalle, non ci sarà resurrezione – si sfoga Nancy. Siamo la tomba, siamo il fallimento della fede. Non è pigrizia nel cercare Dio: è vergogna, profonda vergogna.

Come negare questa invettiva? Perché mettere in silenzio questo grido di rabbia?
Ho passato giorni a chiedermi con che spirito celebrare la Pasqua, finché ho rincontrato la signora Neide.
Catechista, si è formata alla scuola della religiosità familiare e poi ha iniziato ad abbeverarsi goccia a goccia della teologia della liberazione, tradotta nella pratica di vita delle piccole comunità cristiane al tempo della dittatura militare.
C’era da inventare una nuova chiesa, in quegli anni ’70 in cui alla repressione dell’esercito si sommava un’urbanizzazione sfrenata ed escludente, nelle periferie.
Lei lo ha fatto per anni, assieme alle donne di uno dei mille quartieri esclusi della megalopoli di São Paulo e a fianco dell’uomo che, poi, avrebbe sposato.
L’equipe pastorale era composta principalmente da laici; a quel tempo (più di oggi) la visione di chiesa era orizzontale e la comunità era uno spazio di condivisione, crescita umana e formazione civile, a partire dalla lettura popolare della Bibbia e della situazione sociale.

Quando suo marito s’è ammalato, la vita intera di Neide è divenuta una catechesi: per 17 lunghi anni è stata al suo lato, vedendolo perdere poco a poco prima la visione, poi la parola, infine il movimento. Parlava e cantava con lui, pur senza ricevere risposte.

Tra il silenzio di quest’uomo e lo sgomento di Nancy c’è un legame misterioso, che ha a che vedere con il dolore del mondo.
La resurrezione non è una risposta banale a questo mistero, un lieto fine da favola, un premio di consolazione. Dà segni di resurrezione chi, come Nancy, continua ad indignarsi. E chi, come Neide, continua a prendersi cura della vita, malgrado il grande silenzio.

lunedì 10 aprile 2017

Che Carnevale!

Ne volevano parlare anche in Senato. Raramente un Carnevale è stato così polemico.
E non s’erano mai visti capi indigeni -17 in tutto, delle più diverse etnie- sfilare nel Sambodromo di Rio con orgoglio e tanto appoggio popolare.

Quest’anno la scuola carnevalesca Imperatriz Leopoldinense ha scelto come tema della sua spettacolare sfilata “Il grido che viene dalla foresta”.
Il tema indigeno, che spesso decora in modo folkloristico ed inoffensivo costumi e colori delle notti carioca, questa volta ha diviso l’opinione pubblica, perché toccava la ferita delle contraddizioni brasiliane.
Il testo scelto per il samba che ritmava la danza della scuola Leopoldinense trattava delle minacce che questi popoli soffrono fin dalla colonizzazione del Paese e mostrava quanto il “progresso” anche oggi provoca ferite incurabili nelle terre indigene e nell’ambiente.

Si faceva riferimento alla polemica diga idroelettrica di Belo Monte, nel cuore dell’Amazzonia, costruita passando come un bulldozer sui diritti delle popolazioni tradizionali che vivono nella regione e sulle decine di processi giudiziari che ne dimostravano l’illegalità. Un’ala intera della sfilata trattava il tema degli agrotossici, urgentissimo e grave, già che il Brasile è il paese al mondo in cui se ne fa il maggior consumo.

I senatori legati all’agribusiness sono andati su tutte le furie. Spaventati dal carnevale, hanno dimostrato quanto il loro modello economico-politico è insostenibile ed ha bisogno di difendere la sua immagine a tutti i costi, per camuffare i suoi veri impatti.
I media, confermando evidente dipendenza dai grandi capitali finanziari e dalla forza politica dei latifondiari, hanno soffiato sul fuoco. Una televisione nazionale è giunta ad affermare che se i popoli indigeni non accettano le condizioni del progresso brasiliano, dovrebbero in coerenza “morire di malaria”, senza accesso alle medicine dei bianchi.

Il governo installatosi dopo il golpe dell’anno scorso infragilisce sempre più gli organi e le leggi che dovrebbero difendere i diritti indigeni, diminuendo le possibilità di riconoscimento della proprietà delle loro terre e minacciando di aprirle allo sfruttamento minerario.

La leader indigena Sonia Guajajara riconosce che “questo carnevale può politicizzare il dibattito e così rafforzare la lotta dei nostri popoli”.
“Lottare non è un verbo intransitivo”, dice il Movimento dei Lavoratori Rurali Sem Terra (MST). Ogni denuncia deve avere il coraggio di fare nomi e indicare responsabilità.
Quest’anno anche il carnevale l’ha fatto, confermando che il grande responsabile per il massacro dei popoli indigeni in Brasile è l’agribusiness.

I movimenti social o i canali alternativi di comunicazione non avranno mai tanta forza per comunicare con tale intensità l’emozione e l’indignazione che ci ha trasmesso una scuola di samba nella notte del Carnevale più famoso del mondo.
Ancora una volta, quindi, l’arte e l’organizzazione popolare si sono alleate per mostrare, con bellezza e dignità, che il Brasile può suonare nuovi ritmi nel samba della vita.
Il Carnevale, storicamente ironia delle contraddizioni di ogni società, ci aiuta a sognare strade nuove, in cui sicuramente anche Dio starà danzando!

mercoledì 29 marzo 2017

Papa Francesco in carcere: un racconto

Nel Vangelo di domenica scorsa, il Signore Gesù dà un segno grande, ma non riesce a darne un altro: cura un cieco nato, ma non vince la sordità e durezza del cuore di chi non vuol vedere cammini di vita.
La visita di Papa Francesco a San Vittore rilegge questo Vangelo in chiave attuale. Vi racconto come è andata:

Passando tra le corsie del carcere, Francesco guardò negli occhi uno dei prigionieri.
Le guardie (ed anche qualche prete) gli chiesero: “Chi ha peccato, lui o le sue compagnie, perché si trovi ora agli arresti?”.
Non mi interessa. -rispose il Papa- Cerco uomini, non colpevoli”.
Si avvicinò, lo abbracciò e gli disse: “Torna alla tua comunità: abbiamo preparato un altro modo perché tu possa rivedere la tua vita, chieda e trovi perdono, ripari il male che hai provocato…”.
Il prigioniero tornò alla comunità. Era una piccola comunità, e se sentì accolto.
Non abbassava più la testa, guardava la gente negli occhi. Non voleva cancellare il passato, ma finalmente guardava al futuro.

Però alcuni che lo avevano visto in carcere esclamarono: “Non è lui quello che abbiamo sbattuto dentro per liberarcene?”
Sì!” -rispondevano gli uni- “Non so, -dicevano altri- sono così tanti, tutti uguali, con lo stesso passato e senza futuro…”.
Ma lui diceva: “Sono io! Ce l'ho fatta!”
Ma come hai fatto?”
Un uomo mi ha dato fiducia”.

Allora chiamarono i politici di quella città. Dissero: “La nostra città non ha le condizioni per accoglierti. Chiamiamo la tua famiglia…”
Chiesero loro: “Perché lui è così? Perché non lo curate voi?”
É nostro figlio, –risposero i famigliari- ma è già nato così: ribelle, senza rispetto… Non vogliamo curarlo noi; ha già l'età, si curi da solo!”
Lo cacciarono, allora, e non si fidavano di tenerlo in città.

Alla periferia, Papa Francesco lo incontrò di nuovo e gli chiese:
Tu credi nel Dio Umano?”
Finora ho conosciuto un Dio distante, che si vendica, che minaccia, pieno di regole…”
Nella piccola comunità che ti aveva accolto vive un Dio Umano” – commentò il Papa.
Credo in lui, Francesco!”
E tornarono insieme a casa…