domenica 10 marzo 2019

Un lamento per Brumadinho


“É un male necessario”. “Per garantire lo sviluppo, a volte è inevitabile sottomettersi a qualche sacrificio”. “Grazie alle moderne tecnologie, possiamo sfruttare le risorse della Terra in modo pulito, sicuro e sostenibile”.


Siamo abituati ad ascoltare queste frasi sulla bocca di qualche politico o manager di impresa multinazionale, per aumentare l’espansione dell’estrazione mineraria.

Dalla parte opposta, Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato Si, prende posizioni chiare e forti, soprattutto sull’urgenza di porre dei limiti.
Nel mezzo, ci sono le vittime.

Il crimine ambientale delle imprese minerarie Vale e BHP a Mariana, nel 2015, ha ucciso 19 persone e contaminato l’intero bacino del Rio Doce.
In gennaio 2019, la Vale ha sepolto nel fango dei suoi rifiuti tossici almeno 339 persone, a Brumadinho. Molti dei loro corpi non sono ancora stati ritrovati. Un altro bacino fluviale, quello del Rio Paraopebas e São Francisco, si sta contaminando in modo irreparabile.

Conoscevamo Brumadinho, abbiamo celebrato con la gente di quella comunità, con loro dialogavamo riguardo alle alternative per superare l’estrazione mineraria.
Da dieci anni, la Rete Internazionale delle Vittime di Vale denuncia che i danni ambientali, le morti e gli incidenti non sono errori puntuali, imprevisti inevitabili.
Sono l’aspetto strutturale degli investimenti minerari, che nel calcolo dei profitti inseriscono, sadicamente, i costi ambientali e sociali. Fanno parte del modello estrattivo, di questa competizione assurda che strappa le viscere della terra ad un ritmo sempre più rapido, per portarle sempre più lontano, tagliando i costi della prevenzione e della sicurezza per competere con un oligopolio sempre più ridotto e forte.

Uno dei vescovi di Belo Horizonte ha definito questo crimine “un omicidio collettivo”.
In queste settimane, la rete Iglesias y Minería (Chiese e Attività Minerarie) si trova là, a fianco della gente di Brumadinho, condividendo l’angoscia di chi ha perso familiari, terra o casa. Cerchiamo di offrire, attraverso la chiesa locale e le pastorali sociali, supporto, orientamento, organizzazione per tutte le rivendicazioni di cui le vittime hanno diritto.
Occorre vigilare perché l’alleanza storica tra lo Stato e le imprese estrattive non trasformi ancora una volta questo dramma in un “inciucio”, che mette qualche pezza agli strappi del sistema e lo rilancia, impune, fino alla prossima tragedia.

L’impunità genera l’arroganza di questo modello di produzione e consumo; è la causa principale del ripetersi di tante morti.
Sia lo Stato che la Vale sapevano del pericolo di Brumadinho. Si sono coperti a vicenda, lo hanno sottovalutato, probabilmente sfuggiranno di nuovo ai processi criminali.
Una multa si sconta in fretta dai margini di profitto a nove cifre dei colossi multinazionali.

Brumadinho ci insegna l’urgenza di un Trattato Vincolante che obblighi le imprese al rispetto dei Diritti Umani.
Smonta le frasi fatte che giustificano la necessità di estrarre finché tutto sarà esaurito.
Restituisce la voce alle comunità, che da tempo rivendicano il diritto alla decisione sul futuro dei loro territori.
Rinnova la sfida per pensare e costruire una transizione che ponga limiti all’estrattivismo, permettendo solo l’attività mineraria essenziale, promuovendo e investendo in alternative di produzione e convivenza con la Creazione.

Ripartiamo da Brumadinho lanciando alle chiese e ai gruppi religiosi l’appello a ritirare gli investimenti dall’industria mineraria. È anche questo un modo per sfuggire da ogni complicità!

lunedì 11 febbraio 2019

Colonizzazione, di nuovo?

“Quando sono arrivati, avevano la Bibbia, e noi la terra. Ci dissero: chiudete gli occhi e pregate. Quando li abbiamo aperti, noi avevamo la Bibbia e loro la terra”.
La critica dei popoli indigeni è forte. La Chiesa riconosce la sua complicità nella lunga storia di occupazione latinoamericana. La Conferenza di Puebla (1979) la definisce “un gigantesco processo di dominazioni”.
Nella sua visita in Chiapas, nel 2016, Papa Francesco ha chiesto perdono per “l'espropriazione e la contaminazione delle terre delle popolazioni indigene, perpetrate da persone intontite dal potere, dal denaro e dalle leggi di mercato".

Il Sinodo speciale per l’Amazzonia, in pieno corso, riconosce ancor oggi segni evidenti di un progetto colonizzatore: “I popoli originari amazzonici non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora. L’Amazzonia è una terra disputata su vari fronti”, ha denunciato Papa Francesco un anno fa, in Perú.

In Brasile, il nuovo governo sembra replicare una storia da cui, lentamente, ci stavamo scostando. Quando il fondamentalismo religioso si allea agli interessi del grande capitale, riappaiono i sintomi della colonizzazione ideologica e della riconquista dei territori.
Il nuovo Ministro della Sicurezza Istituzionale, generale dell’Esercito, ha affermato che conosce popoli indigeni che soffrono la fame, si trovano senza prospettive né medicine per curarsi. Ha dichiarato che gli indigeni vogliono essere cittadini, vogliono che i loro figli frequentino l’università. Quindi, non ha senso lasciarli isolati nelle loro terre.

Fa specie che debba essere un militare a comunicare alla nazione quali siano i desideri e progetti dei popoli indigeni, già che loro stessi si organizzano in associazioni e reti locali e nazionali, studiano la nostra cultura e le nostre leggi, hanno leaders formati in diritto, sociologia o agronomia e hanno eletto anche una deputata federale che li rappresenta.
Ma le affermazioni del generale si comprendono meglio quando si ascolta un altro brano della sua intervista: “Le demarcazioni di terra in Brasile sono state realizzate in regioni ricchissime di minerali”. Dietro la cortina di fumo dei (pochi) discorsi umanitari dell’equipe del Presidente, si nascondono consistenti interessi economici e si rivela una politica di cortissima visione.

Uno degli obiettivi del raffazzonato governo Bolsonaro, seppur diviso tra la vertente nazionalista ed una sfacciata sottomissione agli Stati Uniti, sembra essere la grande svendita del patrimonio brasiliano: dalle imprese pubbliche all’Amazzonia, dai giacimenti agli immensi riservatori sotterranei di acqua dolce.
E così, nel primo giorno del suo governo, il Presidente ha smontato le funzioni principali della Fondazione che si occupa dei popoli indigeni (FUNAI): identificare e demarcare i loro territori, controllare e proteggere le aree già demarcate. Compiti che vengono assunti dal Ministero dell’Agricoltura, dominato dai latifondiari, avversari storici degli indigeni.

Questi popoli, però, racchiudono in sé un’eredità ancestrale di resistenza e dignità. Papa Francesco diceva loro, in Perù: “Dalle vostre organizzazioni sorgono iniziative di speranza; (…) i popoli originari e le comunità sono guardiani della foresta, e le risorse prodotte grazie alla sua preservazione generano benefici per le vostre famiglie, per migliorare le vostre condizioni di vita, di salute ed educazione nelle vostre comunità”.
Prospettive molto diverse per guardare all’Amazzonia, che si preannuncia sempre più terra di conflitto.

Pace, alla maniera indigena

«É facile, per voi: vi riunite una volta all’anno per definire le priorità dell’anno seguente. Fate un elenco rapido di azioni, votate e scegliete ciò che la maggioranza impone».
È la critica di un membro del Consiglio Indigenista Missionario al modo in cui noi, “bianchi”, ci organizziamo nella Chiesa e nella società.
«Il popolo Krahô-Kanela, che seguo da tempo, quando sorge un conflitto convoca una grande assemblea. L’ultima è durata 15 ore di fila. Ciascuno si posiziona, dice la sua. C’è chi denuncia, chi chiede perdono, a volte si piange; si discute molto, si propongono alternative, non si chiude il dialogo finché non si è raggiunto un consenso. Ma, una volta ottenuto, nessun più si permette di contestarlo. È come una decisione sacra, perché consolidata e collettiva».

Il modo in cui un popolo si organizza dipende dalla sua cultura e dalla sua storia, ma influenza profondamente il suo futuro. Uno dei paradossi della nostra democrazia è che la società si costruisce sulla forza della maggioranza, ma le decisioni sono prese da poche persone. Nell’analisi della realtà e dei conflitti, riusciamo sempre meno ad ascoltarci e ci chiudiamo nel confronto tra gruppi di potere o convinzioni impermeabili.
Altre maniere di relazionarsi, impensabili per il nostro stile di vita, fanno da specchio alla nostra società e ci mettono in discussione. È uno dei motivi per cui Papa Francesco, nella Laudato Si e nella convocazione del Sinodo Speciale per l’Amazzonia, rimette al centro l’esperienza indigena, quasi come una rivelazione di percorsi di umanità che stiamo perdendo.

“Una buona politica è a servizio della pace”, è il titolo del messaggio di Francesco per la Giornata Mondiale della Pace 2019. Mons. Bregantini commenta che la politica deve essere rivalorizzata e non disprezzata, specialmente «in questo momento di sovranismo locale dove la mancanza di prospettive lunghe ci rende tutti miopi. (…) La pace nasce da relazioni serene, lungimiranti e intelligenti, basate sul pilastro della verità».

Fare politica alla maniera indigena, come stiamo cercando di spiegare, si basa sul principio che aiutando gli altri stiamo aiutando noi stessi. La politica lungimirante non si preoccupa solo di allontanare i problemi dalla propria terra, o di rafforzare la protezione dei confini di Stato, della proprietà e dei diritti privati.
Questa intuizione è sorprendentemente viva tra i popoli originari in Brasile. «Non staremo in pace se solo la nostra Terra Indigena è riconosciuta ufficialmente: è un diritto di tutti i nostri “parenti”» - commenta un leader Kanela.

Queste affermazioni si dimostrano nei fatti, come a luglio 2012, quando 20 guerrieri Munduruku del bacino del fiume Tapajós hanno raggiunto i loro “parenti” del fiume Xingu, per aiutare queste altre dieci etnie indigene a proteggersi dal grande progetto idroelettrico Belo Monte, che in modo disastroso si è installato negli anni seguenti, con una catena di impatti negativi immensurabili.

Don Milani diceva: «Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».
Il servizio più efficace, profondo e duraturo alla pace potrà venire solo da una buona politica.

domenica 9 dicembre 2018

Chi ha vinto?

Ha vinto la strategia dell’odio, della paura e della rivolta.
Sentimenti che difficilmente si possono consolidare in progetto politico di grande respiro.
A meno che… alla base delle elezioni in Brasile e dell’onda populista e conservatrice di vari paesi del mondo non ci sia un piano ben architettato.

Dietro le quinte dell’elezione di Donald Trump e di Jair Bolsonaro ci sono personaggi come Roger Stone e Steve Bannon. Quest’ultimo, mentore della coalizione euroscettica The Movement, ha anche promosso recentemente in Italia corsi per leaders cattolici, lasciando trasparire un piano contro Papa Francesco e la dottrina sociale della Chiesa.
Proviamo a ricostruire alcuni ingredienti del piatto amaro di questa vittoria.

Molti degli elettori di Bolsonaro si dichiarano visceralmente “anti-PT”. Malgrado i limiti del Partito dei Lavoratori, questo sentimento di rigetto è stato alimentato da un uso spregiudicato di notizie false e calunnie, architettate ad arte negli ultimi tre anni e utilizzato in maniera sfrenata durante la campagna elettorale.
La forza di voto più consistente per la destra conservatrice è venuta da due gruppi in solida crescita nello scenario ideologico, economico e politico del Brasile: i grandi proprietari terrieri e le chiese evangeliche.

Il voto a Bolsonaro è una bandiera che molti impresari vogliono conficcare nelle tante terre ancora “libere” (secondo loro) per l’agribusiness e lo sfruttamento minerario: la foresta amazzonica, le terre indigene e le proprietà collettive degli afrodiscendenti. Disboscata già per il 20% della sua estensione, se non si interrompe questo saccheggio l’Amazzonia raggiungerà in breve un punto di inflessione, a partire dal quale non sarà più in grado di auto-alimentarsi come bioma ed entrerà in un meccanismo irreversibile di degenerazione. Il rischio della “savana amazzonica” sta aumentando considerevolmente.

Le chiese protestanti neopentecostali da tempo stanno investendo in una lobby di politici che difenda i loro interessi economico-religiosi. Nel nuovo scenario parlamentare, avremo meno deputati e senatori professori e medici, per esempio, e più pastori evangelici e militari. Il loro discorso insiste sull’ordine sociale e la moralizzazione dei costumi. In molti casi ciò viene inteso come diritto alla repressione (a volte violenta) di chi è considerato come una minaccia o non si comporta secondo il modello prestabilito de convivenza.

Se la rabbia è stato uno degli elementi determinanti, spicca in particolare il richiamo ormonale lanciato dal presidente eletto all’orgoglio maschilista e bianco. Con un linguaggio diretto e grossolano, Bolsonaro & Co. hanno inanellato dichiarazioni razziste e sprezzanti (salvo successive smentite o ridimensionamenti), facendo appello ad un ideale di purificazione sociale e adeguamento delle minoranze alla volontà espressa dalla maggioranza.

Un ultimo ingrediente frequentemente utilizzato in questi mesi è stato lo scontentamento collettivo. Mascherando un programma politico assolutamente antipopolare, che difende le riforme sul lavoro ed il congelamento delle spese nell’educazione e salute pubblica per i prossimi venti anni e prevede la riduzione dei diritti pensionistici, il candidato militare ha fatto leva sui classici elementi che agglutinano rabbia e insoddisfazione: la disoccupazione, l’aumento crescente della violenza, il dramma della immigrazione venezuelana.

Offre soluzioni facili, inefficaci e pericolose a problemi complessi: armare la popolazione, aumentare il potere militare sul controllo dell’ordine sociale, saccheggiare le risorse naturali per rivitalizzare l’economia, eliminare gli avversari dalla scena politica (vedremo fino a che punto arriverà questa sua dichiarazione, rilasciata una settimana prima del voto di ballottaggio).

Si tratta di cammini che giocano al ribasso e smontano il fragile capitale di coscienza civile che si stava pian piano ricostruendo dopo la dittatura militare.
Il piatto amaro di una vittoria populista e arrogante è servito. Ancora non sappiamo fino a che punto avvelenerà ancor più la società brasiliana ed il futuro di questo paese.

giovedì 8 novembre 2018

E se sbagliamo strada?!

É come se fossimo su un’autostrada, ad alta velocità, davanti a un bivio. Compare quell’angoscia di non sbagliare strada, perché -una volta imboccato il cammino errato- non si può tornare indietro.
Sull’auto che corre, ci chiediamo sbigottiti: come abbiamo potuto arrivare così in fretta fino a questo punto?

Il Brasile è spaccato, le elezioni non sono occasione per disputare progetti di futuro o riflettere insieme sui cammini possibili. Prevale l’odio alla politica, il voto in molti casi è un grido di protesta, un inno da stadio, una bomba innescata per far saltare tutto.
Una deformazione somatica della società brasiliana porta molti a pensare con la pancia, guardare con occhi velati dalla paura, agire con il sangue iniettato di odio.
Da secoli la nostra società è dominata dalla divisione. Il Brasile è nato con l’imposizione coloniale di un progetto di saccheggio; da allora, per difendere i privilegi di pochi, continuano ad essere sacrificate molte persone.

Ma come è possibile che tanta gente appoggi ancora oggi questa logica sacrificale? Perché riusciamo poco a percorrere i cammini di educazione e liberazione che Paulo Freire ed il suo movimento hanno aperto?
Il dibattito politico e la formazione dell’opinione pubblica, oggi, sono fortemente influenzati dai circoli di comunicazione. Non si tratta più della comunicazione lineare che offre diverse letture della realtà e può metterle anche a confronto.
La comunicazione avviene sempre più per gruppi omogenei, tra persone che condividono le stesse idee e che hanno bisogno di sentirsi rassicurati da altri, che le convalidino e rafforzino. Circoli impermeabili, sempre più aggressivi, considerano l’altro un nemico. La campagna elettorale di molti candidati si è giocata così, ridotta ad una battaglia di meme e vignette su whatsapp.

In Brasile è stato coniato anche un nuovo termine: dalla post-verità delle fake news alla “auto-verità”: il contenuto non importa, è sufficiente l’atto del parlare. Gli avvenimenti, la verità, non importano. Il semplice fatto di manifestarsi con fermezza, gridare e denunciare, proporre soluzioni infattibili ma populiste è considerato come coraggioso, onesto, autentico. L’estetica ha preso il posto dell’etica.

Ma cosa ci dà speranza, allora? Molta gente che rompe il circolo virtuale e riprende la piazza come luogo di presenza, incontro, manifestazione a faccia aperta. I gruppi in cui ancora si fa lo sforzo di parlarsi guardandosi negli occhi, studiando un tema con rispetto, cercando di ascoltarsi reciprocamente.
 Le comunità cristiane di base in cui la fede si abbraccia alla storia, la Parola ispira la vita e da essa è illuminata. Le pastorali ed i movimenti sociali che continuano a credere che al di fuori dei poveri non c’è salvezza per la Chiesa e per il mondo, e rimangono coraggiosamente accanto a loro. Fanno del servizio agli esclusi una profezia anche per la politica.

Tra le immagini di Brasile che più vorrei ricordare, in queste settimane di angoscia, c’è quella di milioni di donne, a fine settembre: hanno occupato le strade e marciato di forma non violenta e creativa, in tante città del Brasile, per dire no al movimento fascista, razzista e misogino che si sta consolidando attorno al candidato militare. Non difendevano un partito, avevano molteplici appartenenze ed il coraggio di manifestare.

Solo la violenza può metterle a tacere, e purtroppo è ciò che è cominciato ad accadere in ottobre: persone aggredite, umiliate, anche uccise per aver affermato la sua critica all’ombra di dittatura che rischia di ristabilirsi nel paese.
Stiamo andando ad alta velocità incontro a un bivio. Se sbagliamo strada, non si può più tornare indietro.

Alle porte delle elezioni

Il Brasile si trova in un momento critico, dopo due anni di una gestione irresponsabile e antipopolare, dal giorno del golpe che ha scalzato dal potere la presidente Dilma Rousseff.
La situazione, però, è così instabile che qualsiasi cosa si scriva un giorno, poco dopo può essere totalmente mutata da nuovi fatti*.

Proprio mentre scriviamo, un attentato folle al candidato di estrema destra scombussola di nuovo la scena politica. Si tratta di un’azione isolata, di una persona irresponsabile. Ma è l’incarnazione di un’escalation di violenza e aggressione che si è impossessata della società brasiliana.
È molto difficile riflettere e dialogare in modo costruttivo, oggi, in Brasile. Qualsiasi affermazione è interpretata a partire dal campo di idee che i media ed una strutturata strategia di fake news hanno costruito nella testa e nella pancia di ciascuna persona.
Più di una volta, per esempio, amici sacerdoti, esemplari per il loro impegno sociale e la serietà di analisi, sono stati interrotti ed insultati durante la celebrazione liturgica, per il semplice fatto di cercare di offrire un’analisi della situazione politica che non aggradava gruppi fondamentalisti.

Da dove viene tanta violenza verbale e fisica, che è sfociata in questi mesi nell’assassinio della consigliera comunale di Rio de Janeiro Marielle Franco, negli spari che hanno ferito gravemente una delle persone accampate in protesta nonviolenta per la prigione dell’ex-presidente Lula, nella fucilata all’autobus di una carovana del Partito dei Lavoratori e nell’attentato conto il candidato Bolsonaro?
È una violenza strategicamente costruita giorno per giorno nella coscienza delle persone, soprattutto attraverso i mezzi di comunicazione controllati da gruppi economici estremamente influenti.
È un processo di decostruzione della politica, intesa come progettualità e partecipazione: non si può considerare nell’interesse del Brasile un progetto neoliberale così sfacciato da disfare in un colpo solo i diritti acquisiti dalle famiglie e dai lavoratori durante anni di dure rivendicazioni.
È uno smontaggio sistematico della memoria storica: non si può, in nome della corruzione (che è trasversale a tutti i partiti politici) e della critica alla gestione del Partito dei Lavoratori (che ha ragioni fondate) innescare e alimentare nelle relazioni un odio generico ed ideologico contro una sola persona o un solo partito.

Avendo seminato vento negli ultimi due anni, nel paese si sta raccogliendo ora la tempesta della violenza e dello spirito fascista, di cui probabilmente anche le forze golpiste hanno perso il controllo.
Il Brasile oggi è estremamente polarizzato. Il centrodestra è così frammentato da aver fatto spiccare un outsider aggressivo, volgare, misogino, razzista e molto vicino al potere militare.
A sinistra, apparentemente più unita, il Partito dei Lavoratori è ancora intrappolato nella difesa dell’ex presidente Lula. Il suo arresto, che gli impedisce di candidarsi, è stato criticato da importanti politici stranieri e perfino da una raccomandazione formale del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU.
L’appoggio popolare a Lula, malgrado imbavagliato in prigione, è cresciuto incredibilmente negli ultimi mesi. Ma il partito non ha preparato con sufficiente visibilità un possibile secondo nome, e non si sa quanto il voto a Lula sarà trasferibile ad una persona meno conosciuta.
Le elezioni non si risolveranno al centro, ma probabilmente in un secondo turno che metterà a confronto due blocchi di elettori, in un conflitto che non terminerà ad ottobre.

Ci aspetta un Brasile spaccato ed ancora imprevedibile nel suo futuro politico-economico e, forse, addirittura nella sua democrazia.

* Questo articolo, pubblicato sulla rivista Nigrizia di ottobre 2018, é stato scritto a inizio settembre.

sabato 8 settembre 2018

Non si uccide la profezia

Nei momenti più difficili del suo cammino, Laura passava spesso a trovarlo, al cimitero.
Le piaceva fermarsi a parlare con lui, raccontargli la sua vita e mettere nelle sue mani le sue scelte e prospettive.
Si riconosceva molto in p. Lele. Lui, missionario comboniano difensore dei popoli indigeni e delle famiglie senza terra in Brasile, ucciso nell’85 nello stato di Rondonia.
Lei, giovane alla fine dell’università, sognandosi missionaria “perché non posso trattenere tanta vita che ho ricevuto”.
Dopo vari anni lo ha incontrato di nuovo, questa volta sulla strada.
Lei, già consacrata alla missione, educatrice popolare in Amazzonia, impegnata contro le nuove schiavitù e lo sfruttamento delle donne.
Lui, presente nello Spirito, risorto nel cammino delle duemila persone che il 24 luglio si sono riunite a celebrare la sua morte, nel luogo esatto in cui gli hanno sparato.

Afflitto per la distruzione della foresta in tutta quella regione, il vescovo, uomo coi piedi per terra ed il cuore tra la gente, denunciava: “questa terra oggi è secca, disboscata, ma è fertile perché irrigata dal sangue dei martiri!”.
Le comunità cristiane marciavano con lui in processione, cantando e invocando il nome dei tanti, scomodi, che il potere del latifondo e delle industrie estrattive ha fatto eliminare.

L’anno scorso è stato il più violento a livello mondiale, per i difensori dei diritti umani e della natura. Il rapporto di Global Witness ha registrato il maggior numero di uccisioni, ed il Brasile vanta la tassa più alta, con 57 leaders popolari eliminati in conflitti socioambientali.
Negli ultimi trent’anni, in Rondonia, molte regioni forestali sono state trasformate in pascoli per allevamento bovino estensivo, oppure per monocultura della soia, che a sua volta viene esportata per alimentare le vacche in Europa. La carne ci costa cara, sia dal punto di vista dei diritti umani, che del riscaldamento globale!

Grandi dighe per la produzione di energia idroelettrica sono state costruite barrando il flusso del Rio Madeira, inondando vaste regioni ed espellendo dalle loro terre intere comunità.
L’alterazione del corso e del ritmo del fiume, unita all’intensità imprevedibile delle piogge stagionali, ha provocato nel 2014 l’inondazione fluviale più grave degli ultimi decenni: l’acqua è cresciuta fino a venti metri più del normale e per alcuni mesi ha invaso case e piantagioni, sloggiando migliaia di persone dai loro villaggi in riva al fiume.

Trent’anni prima, p. Lele forse prevedeva questo sviluppo nefasto. Diceva così: “Qui molta gente aveva terra, ma è stata venduta. Aveva casa, ed è stata distrutta. Aveva figli, e sono stati uccisi. (…) A queste persone ho già dato la mia risposta: un abbraccio”. “Nessuno qui fa rivendicazioni assurde. È assurdo chiedere cibo per la propria famiglia? O solo i potenti hanno figli che hanno fame?”
“Non approviamo la violenza, malgrado riceviamo violenza. Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà anche la mia morte”.

E così la vita e la morte di p. Lele appartengono a questa gente di Rondonia, che si ispira molto al suo nome, specialmente quando crescono le minacce ai loro territori: anche quando la Chiesa istituzionale non si posiziona con chiarezza dalla parte dei poveri, le comunità non si sentono abbandonate, perché questo testimone di resurrezione sta con loro!