domenica 4 dicembre 2016

Incarnarsi



Non lasciateci soli!
É il grido che piú si ascoltava a Mariana, ad un anno dal disastro ambientale criminoso che ha scaricato 62 milioni di m3 di acqua e fango addosso a vari villaggi a valle della diga di Fundão, controllata dalle imprese minerarie Vale e BHP Billiton.

660 km di fiume contaminato, 80 km2 di oceano infangato. Sono morte 19 persone, molti sfollati, altre centinaia di migliaia ancora senza sufficiente accesso all'acqua potabile, alla pesca e alla vita che conducevano prima di questa tragedia, dovuta all'irresponsabilitá delle multinazionali minerarie e dello Stato.
Geovanni, indio Crenaque, geme: “Il nostro fiume é morto. Ha perso il suo spirito. Hanno tolto il sacro dalla nostra vita”.
Patrícia proclama con fierezza: “Il nostro dolore serva almeno per risvegliare tutti voi!”.
La gente si sente ferita nel suo profondo perché sono state strappate le loro radici. Il vincolo con la loro storia e la loro terra é stato violato. 
“Il corpo é il nostro primo território. La comunitá é un corpo collettivo”.
Ci insegnano, in preparazione al Natale, cosa significa incarnarsi.

Oltre a stringersi a queste radici, incarnarsi significa anche scegliere da che parte stare.
In questi giorni, in Brasile, é una scelta urgente e radicale: non é tempo di neutralitá, il silenzio o l'inerzia sarebbero complici.
Il 'golpe bianco' che ha scalzato la presidente sta dando spazio ad un'aggressione progressiva e schiacciante dei diritti umani consolidati fino ad ora, com molto sudore, dopo l'epoca della dittatura militare.
La polizia, soprattutto nelle grandi periferia urbane del Paese, ha aumentato la sua violenza. Ogni giorno uccide 8 persone.
Si susseguono a ritmo incalzante proposte di legge che smontano lo stato sociale consolidato in anni di pressione e organizzazione popolare. Il Governo difende gli interessi del grande capitale nazionale e straniero, che concepisce il Brasile come terra di saccheggio, privatizzazione e svendita dei suoi beni.

La repressione dei movimenti sociali e di ogni tipo di protesta sta raggiungendo in alcuni casi il limite dell'intimidazione gratuita, o addirittura della tortura. Nei giorni scorsi la polizia ha invaso, senza mandato di perquisizione, la scuola internazionale Florestan Fernandes, dell'MST, che da decenni forma educadori popolari. L'opinione pubblica manipolata dai midia appoggia questo tipo di azioni com un giudizio sommario: chi contesta l'ordine costituito, considerandolo ingiusto, é un criminoso che deve essere punito e represso.

Di nuovo, allora, é tempo di incarnarsi e rinascere dalla parte delle vittime, ascoltandole, imparando e crescendo con loro. É questo il posto della chiesa che Papa Francesco cerca di risvegliare.
Nell'incontro con i movimenti sociali, diceva: “Solidarietá é pensare ed agire in termini di comunitá. Lottare contro le cause strutturali di questa disuguaglianza e contro la negazione dei diritti. É una forma di fare storia”.

La storia, oggi in Brasile, la stanno scrivendo i giovani. Mentre i partiti vivono una crisi profonda e non riescono piú a nascondere la complicitá e la corruzione che ha orientato il loro corso, i giovani hanno assunto il protagonismo. Questa volta nella forma delle occupazioni di piú di mille universitá e scuole superiori in tutto il paese. Da giorni i giovani protestano contro la riforma dell'educazione e vari altri progetti di legge che prevedono tagli e sacrificano i piú poveri.
Sono un segno di speranza di fronte ad una societá stanca, rassegnata ed opportunista. Come abbiamo proclamato recentemente in una attivitá insieme a loro, “queste sementi porteranno frutto”!
Viveremo cosí, quest'anno, il nostro Natale...

mercoledì 9 novembre 2016

Noi, comboniani in Brasile



Tomasz é polacco, José peruano. Vivono nell'estremo nord del Brasile, in Roraima, dedicando la loro vocazione missionaria ai popoli indigeni Macuxi e Wapixana.

Bernardino é un giovane togolese, sará ordinato diacono tra pochi mesi.
Vive a Salvador Bahia, dove tenta di integrare la sua esperienza di vita africana con la cultura e tradizione religiosa dei gruppi afrodiscendenti della 'capitale nera' del Brasile.

Oggi vi parliamo di noi, comboniani in Brasile. 
Ci troviamo in un momento importante del cammino: da tre anni abbiamo riunito le due province ed ora ci organizziamo come un unico gruppo in questo enorme territorio. 
Basti pensare che la distanza tra la comunitá comboniana piú a sud e quella piú a nord del paese... é maggiore che la distanza tra il Brasile e l'Africa!

In qualche modo, quindi, ci sentiamo vicini alla missione che Daniele Comboni ha iniziato. 
Pur se in contesti tanto diversi, ci ispira ancora il suo Piano per la Rigenerazione dell'Africa. 
Daniele aveva intuito che il missionario é un uomo di frontiera e che ai margini si gioca la sua identitá e l'efficacia del suo annuncio di vita, giustizia e pace.

Anche noi, oggi, ci sentiamo sfidati dalle frontiere. Geografiche, perché la chiesa brasiliana deve  uscire di piú allo scoperto, verso la frontiera amazzonica; culturali, perché la promozione della vita passa dalla difesa delle comunitá messe ai margini dal modello di sviluppo egemonico; religiose, perché il missionario é un ponte di dialogo tra la chiesa e la societá civile organizzata, provocando quando necessario la rigidezza e il distanziamento della struttura ecclesiale o di una cultura religiosa massificante.

In Brasile, abbiamo riscritto il nostro piano di evangelizzazione per i prossimi sei anni. 
Ci ispira la chiamata ad “essere nelle frontiere testimoni e profeti di relazioni fraterne, fondate sul perdono, la misericordia e la gioia del Vangelo. Sulle orme di Daniele Comboni, raggiungiamo le periferie della sofferenza, tra i piú poveri e non evangelizzati. É questo l'orizzonte della nostra missione”, come ricorda l'ultimo nostro Capitolo generale.

In pratica, privilegiamo quattro aree di lavoro: evangelizzazione e Amazzonia, evangelizzazione e diritti umani nelle periferie urbane, evangelizzazione e comunitá afrodiscendenti, evangelizzazione e promozione vocazionale missionaria. Ci impegnamo a partire dalla cura di comunitá cristiane popolari, oppure offrendo un servizio specifico alla chiesa locale, con la formazione biblica, la pastorale carceraria, i movimenti in difesa dei diritti umani, la pastorale dei bambini e adolescenti, la rete ecclesiale panamazzonica, la promozione della salute integrale e l'interazione con le scuole di riconciliazione e perdono.

Lo facciamo a partire dai limiti di un gruppo piccolo, fragile e con tutte le sue contraddizioni. Crediamo nell'importanza dei luoghi in cui scegliamo di stare: quanto piú immersi tra la gente semplice, nella loro sofferenza e nei loro sogni, tanto piú saremo fedeli a questo palpitare di vita che non puó essere tradito. Saremo una presenza semplice in situazioni difficili, molte volte senza tante competenze o capacitá di trasformare, ma sempre segno di speranza e appoggio nella r-esistenza.

La porta é aperta e la direzione ci é data da testimoni del Vangelo come Ezechiele Ramin o Franco Masserdoti: venite a camminare con noi!