sabato 8 giugno 2019

Elezioni al vertice della Conferenza Episcopale Brasiliana

In aprile di quest’anno, il Presidente della Repubblica del Brasile visitò Israele, consolidando una alleanza tra i due paesi, dai tratti politico-religiosi.
Nei pochi giorni della visita, alcuni fatti destarono la nostra indignazione.

Rilanciando la proposta di aumentare la vendita e distribuzione di armi in Brasile, in modo che i cittadini possano garantire privatamente la loro sicurezza, Bolsonaro si fece fotografare con una mitragliatrice in mano, mentre prendeva la mira.
Intervistato poche ore dopo aver visitato il Museo dell’Olocausto, affermò che senza dubbio il nazismo fu un movimento di sinistra (pochi giorni dopo, lo stesso Ministero degli Esteri israeliano considerò opportuno criticare e smentire questa presa di posizione).
In parallelo, dal Brasile, suo figlio Flavio, senatore, pubblicava in Twitter una risposta alle critiche di Hamas rivolte al papà, e letteralmente mandava gli integranti di questo partito a “farsi esplodere”.

Vatican News, intanto, pubblicava due articoli dando distacco alla visita del presidente, valorizzando l’accoglienza di Netanyahu e la dichiarazione d’amore di Bolsonaro per Israele. Stranamente, non apparivano le altre affermazioni polemiche.

Dal Brasile, una lettera al Vaticano, scritta con umiltà e spirito collaborativo, sollecitava chiarimenti. La risposta, rapida, chiariva la posizione: “L’intenzione era solo dare informazioni sul presidente del maggior paese cattolico del mondo, visitando la Terra Santa, nulla più”.
Il maggior paese cattolico del mondo, però, amplifica sempre più la distanza tra le sue politiche ed il messaggio evangelico. Il Governo approfitta dei simboli e dei ministri religiosi (cattolici e non) per legittimarsi e consolidare un appoggio popolare acritico.

In questo contesto, preoccupava molto la prospettiva delle elezioni nella Conferenza Episcopale Brasiliana, la CNBB.
Un passaggio estremamente delicato, in un tempo di grandi sfide, tra cui il Sinodo Speciale per l’Amazzonia, la necessaria riconfigurazione della pastorale in risposta alla crescente urbanizzazione e all’aumento delle manifestazioni di fede neopentecostali, la crisi etica della Chiesa, gli attacchi alla linea di Papa Francesco e alla stessa CNBB.

L’indicazione della nuova presidenza sembra non aver ceduto alle pressioni dei gruppi più conservatori, che propongono un quadro più allineato al governo brasiliano, un’alleanza tra lo Stato e la Chiesa e una sorta di “lobby del catechismo cattolico” nella disputa tra i partiti politici.

Gli occhi sono puntati soprattutto sul segretario generale della CNBB, vescovo ausiliare di Rio de Janeiro, finora molto allineato alle posizioni dell’arcivescovo don Orani Tempesta, che ha manifestato appoggio al presidente Bolsonaro. Saprà il segretario svincolarsi dall’influenza dell’arcivescovo? Oppure, obbedendo alla linea dei suoi elettori, rappresenterà un freno ed un filtro al resto della presidenza, che sta in forte sintonia con la linea di papa Francesco?

La prima nota ufficiale della CNBB appena dopo le elezioni lascia sperare bene: con profezia, coraggio e fermezza, denuncia “l’opzione per un liberalismo esacerbato e perverso, che disidrata lo Stato quasi al punto di eliminarlo”.
E ribadisce che il Vangelo, fonte di vita, di giustizia e di amore, sprona a non conformarsi al mondo così com’è, ma a trasformarlo.

Novos caminhos na Amazônia: os passos do Sínodo

“É ora di superare il clericalismo, uscire dai templi, verso le periferie esistenziali. Occorre una Chiesa ministeriale e profetica, inserita nella vita della gente, rispettando la diversità culturale e religiosa, la storia ed il modo di vita dei popoli amazzonici”.

Il Sinodo per l’Amazzonia, cominciato da più di un anno, sta risvegliando la speranza della gente, dalle comunità più isolate lungo i fiumi, fino alle periferie delle grandi città di questo bioma.
Sentirsi ascoltati, recuperare il protagonismo, potersi esprimere sulla Chiesa e sulle urgenze dell’Amazzonia, sedersi in circolo per discernere insieme, donne, uomini, preti, religiose, vescovi: sono tratti vivi della spiritualità e pratica sinodale che stiamo sperimentando in molteplici contesti dei 9 paesi della Panamazzonia.

Indipendentemente dai risultati dell’assemblea finale dei vescovi, prevista in Vaticano in ottobre, può attecchire nella Chiesa amazzonica questo spirito di ascolto e partecipazione, intensamente desiderato da Papa Francesco, primo passo perché l’incarnazione sia la principale metodologia missionaria.

“Voi, popoli originari, non siete mai stati tanto minacciati nei vostri territori. L’Amazzonia è una terra disputata. (…) Noi, che non abitiamo in queste terre, abbiamo bisogno della vostra sapienza e delle vostre conoscenze per poter entrare, senza distruggerlo, nel tesoro custodito da questa regione, facendo risuonare le parole del Signore a Mosè: «Togliti i sandali, perché questa è una terra sacra»”.

Con queste parole a Puerto Maldonado, in Peru, Papa Francesco ha aperto il Sinodo. In risposta, gli indigeni chiedono che la Chiesa assuma “una veemente difesa dei loro popoli”, riconoscendo gli errori del passato e smontando ogni eredità coloniale.

Così, la formazione offerta a seminaristi, missionari e laici deve riscattare gli elementi chiave delle culture locali, superando l’omogeneità di un modello religioso univoco.
I popoli indigeni insistono nel dialogo interreligioso, in sintonia con l’indicazione del Papa: “ogni cultura e cosmovisione che riceve il Vangelo arricchisce la Chiesa, con la visione di un nuovo lato del volto di Cristo”.

Il Sinodo sarà opportunità per riconoscere e valorizzare il protagonismo delle donne nella Chiesa amazzonica, identificando nuovi ministeri a servizio della Chiesa e della vita.
Le comunità cristiane amazzoniche, frequentemente, si sentono isolate e abbandonate. Non possono celebrare l’Eucaristia, se non nelle rare volte in cui un sacerdote le può raggiungere.

Nel lungo processo di ascolto sinodale, hanno proposto con rispetto e chiarezza la possibilità di ordinare sacerdoti uomini sposati, riconosciuti come punto di riferimento spirituale dalla comunità locale. Allo stesso modo, in considerazione delle culture locali, hanno suggerito il celibato opzionale per i ministri ordinati.

Il ministero delle donne diacono è una possibilità importante per la Chiesa amazzonica e una proposta che il Vaticano sta analizzando, con una Commissione nominata ancora nel 2016.

Un’altra grande sfida che si pone al Sinodo è ripensare la Chiesa e la vita nelle grandi città amazzoniche: cresce l’esodo dalla foresta verso i centri urbani, frequentemente frutto dell’espulsione delle comunità, che si ritrovano senza opportunità di sviluppare il loro modo di vita e sussistenza.
Nuovi cammini per la Chiesa e l’Ecologia Integrale in Amazzonia: percorriamoli!

Conflitos em Venezuela

Seicento indigeni Pemon attraversano di nascosto la frontiera tra Venezuela e Brasile.
Raggiungono i loro “parenti”, della stessa etnia che il confine di stato ha separato; si fermano con loro, in una terra indigena che non avrà condizioni di mantenere tutte queste famiglie.
Fuggono dal conflitto e dalla fame in cui il Venezuela si è (o è stato) ridotto.

Boa Vista e Manaus sono le prime capitali brasiliane in cui molti altri migranti e rifugiati venezuelani si installano, spesso di passaggio, accampati alla stazione degli autobus o negli strapieni centri di accoglienza urbani.
Stoccate alla frontiera, tonnellate di “aiuti umanitari” finanziati dagli USA perché il Brasile le donasse ai venezuelani, attendono di poter varcare il confine. Il governo Maduro non lo permette, e la frontiera è chiusa da varie settimane. 

La Croce Rossa Internazionale, la Caritas e la stessa ONU non hanno accettato di collaborare con questa modalità di aiuto puntuale, mediatico, strumento strategico di una possibile manipolazione politica: l’operazione non è organizzata con accordo previo tra le parti locali e non prevede il coordinamento di istituzioni internazionali neutre.
Per questo lo chiamiamo “umanitario”, tra virgolette: montato ad arte, nei giorni della maggior crisi venezuelana, per sbancare il presidente regolarmente eletto, in favore di un fantoccio costruito negli States e autoproclamatosi presidente. Utile per destabilizzare la regione venezuelana di frontiera, ma non così tanto disponibile per soccorrere i Pemon ed i migranti, una volta che hanno varcato il confine!

Il governo chavista non è esente di critiche e errori. Il principale, che pochi denunciano perché è una scelta di politica economica di quasi tutta l’America Latina, è l’estrattivismo portato all’estremo: buona parte dell’economia nazionale venezuelana dipende dal petrolio e dall’industria mineraria, compresa l’importazione di generi essenziali come alimenti e medicinali. 
Il paese non si è preoccupato di diversificare l’economia, avendo una delle riserve petrolifere più grandi del mondo. Per questo, le potenze-avvoltoio degli Stati Uniti, Russia e Cina sorvolano queste regioni, cercandone il controllo politico o, se necessario, militare.
È da condannare anche l’uso sproporzionato della forza militare venezuelana contro la popolazione.

Si condanna da sola, a nostro parere, l’ingerenza politica di molti paesi, riuniti nel Gruppo di Lima, che non riconoscono il governo di Maduro e considerano l’autoproclamato Guaidó alla stregua di un capo di stato. 
Questi paesi da una parte lanciano l’allarme della crisi umanitaria, ma dall’altra propongono di stringere ancor di più il cappio dell’embargo commerciale al Venezuela.

Si stima che le sanzioni ed il blocco economico degli USA, dal 2013 al 2017, abbiano causato la perdita di tre milioni di posti di lavoro e circa 350 miliardi di dollari. I venti milioni di aiuti promessi appaiono, così, più un’operazione puntuale di propaganda che una azione coordinata e continuativa di sostegno al paese.

L’instabilità è installata nella regione e durerà molto, apparentemente. 
Noi missionari cerchiamo di comprenderne le ragioni, appoggiare vie d’uscita rispettose della sovranità nazionale, soccorrere ed integrare i migranti che fuggono dalla violenza e dalla fame.
(articolo scritto in marzo 2019)

domenica 10 marzo 2019

Un lamento per Brumadinho


“É un male necessario”. “Per garantire lo sviluppo, a volte è inevitabile sottomettersi a qualche sacrificio”. “Grazie alle moderne tecnologie, possiamo sfruttare le risorse della Terra in modo pulito, sicuro e sostenibile”.


Siamo abituati ad ascoltare queste frasi sulla bocca di qualche politico o manager di impresa multinazionale, per aumentare l’espansione dell’estrazione mineraria.

Dalla parte opposta, Papa Francesco, nell’Enciclica Laudato Si, prende posizioni chiare e forti, soprattutto sull’urgenza di porre dei limiti.
Nel mezzo, ci sono le vittime.

Il crimine ambientale delle imprese minerarie Vale e BHP a Mariana, nel 2015, ha ucciso 19 persone e contaminato l’intero bacino del Rio Doce.
In gennaio 2019, la Vale ha sepolto nel fango dei suoi rifiuti tossici almeno 339 persone, a Brumadinho. Molti dei loro corpi non sono ancora stati ritrovati. Un altro bacino fluviale, quello del Rio Paraopebas e São Francisco, si sta contaminando in modo irreparabile.

Conoscevamo Brumadinho, abbiamo celebrato con la gente di quella comunità, con loro dialogavamo riguardo alle alternative per superare l’estrazione mineraria.
Da dieci anni, la Rete Internazionale delle Vittime di Vale denuncia che i danni ambientali, le morti e gli incidenti non sono errori puntuali, imprevisti inevitabili.
Sono l’aspetto strutturale degli investimenti minerari, che nel calcolo dei profitti inseriscono, sadicamente, i costi ambientali e sociali. Fanno parte del modello estrattivo, di questa competizione assurda che strappa le viscere della terra ad un ritmo sempre più rapido, per portarle sempre più lontano, tagliando i costi della prevenzione e della sicurezza per competere con un oligopolio sempre più ridotto e forte.

Uno dei vescovi di Belo Horizonte ha definito questo crimine “un omicidio collettivo”.
In queste settimane, la rete Iglesias y Minería (Chiese e Attività Minerarie) si trova là, a fianco della gente di Brumadinho, condividendo l’angoscia di chi ha perso familiari, terra o casa. Cerchiamo di offrire, attraverso la chiesa locale e le pastorali sociali, supporto, orientamento, organizzazione per tutte le rivendicazioni di cui le vittime hanno diritto.
Occorre vigilare perché l’alleanza storica tra lo Stato e le imprese estrattive non trasformi ancora una volta questo dramma in un “inciucio”, che mette qualche pezza agli strappi del sistema e lo rilancia, impune, fino alla prossima tragedia.

L’impunità genera l’arroganza di questo modello di produzione e consumo; è la causa principale del ripetersi di tante morti.
Sia lo Stato che la Vale sapevano del pericolo di Brumadinho. Si sono coperti a vicenda, lo hanno sottovalutato, probabilmente sfuggiranno di nuovo ai processi criminali.
Una multa si sconta in fretta dai margini di profitto a nove cifre dei colossi multinazionali.

Brumadinho ci insegna l’urgenza di un Trattato Vincolante che obblighi le imprese al rispetto dei Diritti Umani.
Smonta le frasi fatte che giustificano la necessità di estrarre finché tutto sarà esaurito.
Restituisce la voce alle comunità, che da tempo rivendicano il diritto alla decisione sul futuro dei loro territori.
Rinnova la sfida per pensare e costruire una transizione che ponga limiti all’estrattivismo, permettendo solo l’attività mineraria essenziale, promuovendo e investendo in alternative di produzione e convivenza con la Creazione.

Ripartiamo da Brumadinho lanciando alle chiese e ai gruppi religiosi l’appello a ritirare gli investimenti dall’industria mineraria. È anche questo un modo per sfuggire da ogni complicità!

lunedì 11 febbraio 2019

Colonizzazione, di nuovo?

“Quando sono arrivati, avevano la Bibbia, e noi la terra. Ci dissero: chiudete gli occhi e pregate. Quando li abbiamo aperti, noi avevamo la Bibbia e loro la terra”.
La critica dei popoli indigeni è forte. La Chiesa riconosce la sua complicità nella lunga storia di occupazione latinoamericana. La Conferenza di Puebla (1979) la definisce “un gigantesco processo di dominazioni”.
Nella sua visita in Chiapas, nel 2016, Papa Francesco ha chiesto perdono per “l'espropriazione e la contaminazione delle terre delle popolazioni indigene, perpetrate da persone intontite dal potere, dal denaro e dalle leggi di mercato".

Il Sinodo speciale per l’Amazzonia, in pieno corso, riconosce ancor oggi segni evidenti di un progetto colonizzatore: “I popoli originari amazzonici non sono mai stati tanto minacciati nei loro territori come lo sono ora. L’Amazzonia è una terra disputata su vari fronti”, ha denunciato Papa Francesco un anno fa, in Perú.

In Brasile, il nuovo governo sembra replicare una storia da cui, lentamente, ci stavamo scostando. Quando il fondamentalismo religioso si allea agli interessi del grande capitale, riappaiono i sintomi della colonizzazione ideologica e della riconquista dei territori.
Il nuovo Ministro della Sicurezza Istituzionale, generale dell’Esercito, ha affermato che conosce popoli indigeni che soffrono la fame, si trovano senza prospettive né medicine per curarsi. Ha dichiarato che gli indigeni vogliono essere cittadini, vogliono che i loro figli frequentino l’università. Quindi, non ha senso lasciarli isolati nelle loro terre.

Fa specie che debba essere un militare a comunicare alla nazione quali siano i desideri e progetti dei popoli indigeni, già che loro stessi si organizzano in associazioni e reti locali e nazionali, studiano la nostra cultura e le nostre leggi, hanno leaders formati in diritto, sociologia o agronomia e hanno eletto anche una deputata federale che li rappresenta.
Ma le affermazioni del generale si comprendono meglio quando si ascolta un altro brano della sua intervista: “Le demarcazioni di terra in Brasile sono state realizzate in regioni ricchissime di minerali”. Dietro la cortina di fumo dei (pochi) discorsi umanitari dell’equipe del Presidente, si nascondono consistenti interessi economici e si rivela una politica di cortissima visione.

Uno degli obiettivi del raffazzonato governo Bolsonaro, seppur diviso tra la vertente nazionalista ed una sfacciata sottomissione agli Stati Uniti, sembra essere la grande svendita del patrimonio brasiliano: dalle imprese pubbliche all’Amazzonia, dai giacimenti agli immensi riservatori sotterranei di acqua dolce.
E così, nel primo giorno del suo governo, il Presidente ha smontato le funzioni principali della Fondazione che si occupa dei popoli indigeni (FUNAI): identificare e demarcare i loro territori, controllare e proteggere le aree già demarcate. Compiti che vengono assunti dal Ministero dell’Agricoltura, dominato dai latifondiari, avversari storici degli indigeni.

Questi popoli, però, racchiudono in sé un’eredità ancestrale di resistenza e dignità. Papa Francesco diceva loro, in Perù: “Dalle vostre organizzazioni sorgono iniziative di speranza; (…) i popoli originari e le comunità sono guardiani della foresta, e le risorse prodotte grazie alla sua preservazione generano benefici per le vostre famiglie, per migliorare le vostre condizioni di vita, di salute ed educazione nelle vostre comunità”.
Prospettive molto diverse per guardare all’Amazzonia, che si preannuncia sempre più terra di conflitto.

Pace, alla maniera indigena

«É facile, per voi: vi riunite una volta all’anno per definire le priorità dell’anno seguente. Fate un elenco rapido di azioni, votate e scegliete ciò che la maggioranza impone».
È la critica di un membro del Consiglio Indigenista Missionario al modo in cui noi, “bianchi”, ci organizziamo nella Chiesa e nella società.
«Il popolo Krahô-Kanela, che seguo da tempo, quando sorge un conflitto convoca una grande assemblea. L’ultima è durata 15 ore di fila. Ciascuno si posiziona, dice la sua. C’è chi denuncia, chi chiede perdono, a volte si piange; si discute molto, si propongono alternative, non si chiude il dialogo finché non si è raggiunto un consenso. Ma, una volta ottenuto, nessun più si permette di contestarlo. È come una decisione sacra, perché consolidata e collettiva».

Il modo in cui un popolo si organizza dipende dalla sua cultura e dalla sua storia, ma influenza profondamente il suo futuro. Uno dei paradossi della nostra democrazia è che la società si costruisce sulla forza della maggioranza, ma le decisioni sono prese da poche persone. Nell’analisi della realtà e dei conflitti, riusciamo sempre meno ad ascoltarci e ci chiudiamo nel confronto tra gruppi di potere o convinzioni impermeabili.
Altre maniere di relazionarsi, impensabili per il nostro stile di vita, fanno da specchio alla nostra società e ci mettono in discussione. È uno dei motivi per cui Papa Francesco, nella Laudato Si e nella convocazione del Sinodo Speciale per l’Amazzonia, rimette al centro l’esperienza indigena, quasi come una rivelazione di percorsi di umanità che stiamo perdendo.

“Una buona politica è a servizio della pace”, è il titolo del messaggio di Francesco per la Giornata Mondiale della Pace 2019. Mons. Bregantini commenta che la politica deve essere rivalorizzata e non disprezzata, specialmente «in questo momento di sovranismo locale dove la mancanza di prospettive lunghe ci rende tutti miopi. (…) La pace nasce da relazioni serene, lungimiranti e intelligenti, basate sul pilastro della verità».

Fare politica alla maniera indigena, come stiamo cercando di spiegare, si basa sul principio che aiutando gli altri stiamo aiutando noi stessi. La politica lungimirante non si preoccupa solo di allontanare i problemi dalla propria terra, o di rafforzare la protezione dei confini di Stato, della proprietà e dei diritti privati.
Questa intuizione è sorprendentemente viva tra i popoli originari in Brasile. «Non staremo in pace se solo la nostra Terra Indigena è riconosciuta ufficialmente: è un diritto di tutti i nostri “parenti”» - commenta un leader Kanela.

Queste affermazioni si dimostrano nei fatti, come a luglio 2012, quando 20 guerrieri Munduruku del bacino del fiume Tapajós hanno raggiunto i loro “parenti” del fiume Xingu, per aiutare queste altre dieci etnie indigene a proteggersi dal grande progetto idroelettrico Belo Monte, che in modo disastroso si è installato negli anni seguenti, con una catena di impatti negativi immensurabili.

Don Milani diceva: «Ho insegnato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».
Il servizio più efficace, profondo e duraturo alla pace potrà venire solo da una buona politica.

domenica 9 dicembre 2018

Chi ha vinto?

Ha vinto la strategia dell’odio, della paura e della rivolta.
Sentimenti che difficilmente si possono consolidare in progetto politico di grande respiro.
A meno che… alla base delle elezioni in Brasile e dell’onda populista e conservatrice di vari paesi del mondo non ci sia un piano ben architettato.

Dietro le quinte dell’elezione di Donald Trump e di Jair Bolsonaro ci sono personaggi come Roger Stone e Steve Bannon. Quest’ultimo, mentore della coalizione euroscettica The Movement, ha anche promosso recentemente in Italia corsi per leaders cattolici, lasciando trasparire un piano contro Papa Francesco e la dottrina sociale della Chiesa.
Proviamo a ricostruire alcuni ingredienti del piatto amaro di questa vittoria.

Molti degli elettori di Bolsonaro si dichiarano visceralmente “anti-PT”. Malgrado i limiti del Partito dei Lavoratori, questo sentimento di rigetto è stato alimentato da un uso spregiudicato di notizie false e calunnie, architettate ad arte negli ultimi tre anni e utilizzato in maniera sfrenata durante la campagna elettorale.
La forza di voto più consistente per la destra conservatrice è venuta da due gruppi in solida crescita nello scenario ideologico, economico e politico del Brasile: i grandi proprietari terrieri e le chiese evangeliche.

Il voto a Bolsonaro è una bandiera che molti impresari vogliono conficcare nelle tante terre ancora “libere” (secondo loro) per l’agribusiness e lo sfruttamento minerario: la foresta amazzonica, le terre indigene e le proprietà collettive degli afrodiscendenti. Disboscata già per il 20% della sua estensione, se non si interrompe questo saccheggio l’Amazzonia raggiungerà in breve un punto di inflessione, a partire dal quale non sarà più in grado di auto-alimentarsi come bioma ed entrerà in un meccanismo irreversibile di degenerazione. Il rischio della “savana amazzonica” sta aumentando considerevolmente.

Le chiese protestanti neopentecostali da tempo stanno investendo in una lobby di politici che difenda i loro interessi economico-religiosi. Nel nuovo scenario parlamentare, avremo meno deputati e senatori professori e medici, per esempio, e più pastori evangelici e militari. Il loro discorso insiste sull’ordine sociale e la moralizzazione dei costumi. In molti casi ciò viene inteso come diritto alla repressione (a volte violenta) di chi è considerato come una minaccia o non si comporta secondo il modello prestabilito de convivenza.

Se la rabbia è stato uno degli elementi determinanti, spicca in particolare il richiamo ormonale lanciato dal presidente eletto all’orgoglio maschilista e bianco. Con un linguaggio diretto e grossolano, Bolsonaro & Co. hanno inanellato dichiarazioni razziste e sprezzanti (salvo successive smentite o ridimensionamenti), facendo appello ad un ideale di purificazione sociale e adeguamento delle minoranze alla volontà espressa dalla maggioranza.

Un ultimo ingrediente frequentemente utilizzato in questi mesi è stato lo scontentamento collettivo. Mascherando un programma politico assolutamente antipopolare, che difende le riforme sul lavoro ed il congelamento delle spese nell’educazione e salute pubblica per i prossimi venti anni e prevede la riduzione dei diritti pensionistici, il candidato militare ha fatto leva sui classici elementi che agglutinano rabbia e insoddisfazione: la disoccupazione, l’aumento crescente della violenza, il dramma della immigrazione venezuelana.

Offre soluzioni facili, inefficaci e pericolose a problemi complessi: armare la popolazione, aumentare il potere militare sul controllo dell’ordine sociale, saccheggiare le risorse naturali per rivitalizzare l’economia, eliminare gli avversari dalla scena politica (vedremo fino a che punto arriverà questa sua dichiarazione, rilasciata una settimana prima del voto di ballottaggio).

Si tratta di cammini che giocano al ribasso e smontano il fragile capitale di coscienza civile che si stava pian piano ricostruendo dopo la dittatura militare.
Il piatto amaro di una vittoria populista e arrogante è servito. Ancora non sappiamo fino a che punto avvelenerà ancor più la società brasiliana ed il futuro di questo paese.