sabato 7 novembre 2020

La memoria e l'amicizia ci danno respiro

Non riesco a respirare!
Purtroppo, questa voce soffocata si ripete sempre più spesso, in Brasile.
Le vittime del Covid-19 hanno già superato la soglia di 150 mila; stiamo vivendo in una società stanca, che non riesce più a rispettare le regole asettiche della prevenzione, che funzionano solo per chi se le può permettere.

L’intera società non riesce a respirare, perché il virus ha messo in luce anche qui quel che Papa Francesco denuncia in “Fratelli Tutti”: stiamo passando dal principio del “Si salvi chi può” a quello del “Tutti contro tutti”, a causa di relazioni aggressive e ostili alimentate dall’opportunismo populista di chi sta al potere.

Infine, è la Madre Terra che non riesce a respirare: gli incendi, tanto nel bioma Amazzonia (mezzo milione di punti d’incendio in settembre) come nel Pantanal (aumento del 200% rispetto al 2019), stanno soffocando il Brasile. Per la prima volta, nel 2020, il bilancio globale delle emissioni di CO2 dell’Amazzonia sta superando quello del suo assorbimento!

Un mese fa, un grande missionario ci ha lasciati. Carlos Bascarán, spagnolo, aveva celebrato da poco 50 anni di padre, dei quali più di 40 in Brasile. Anche lui non riusciva più a respirare, contagiato dal Covid-19.
Eppure, fare memoria della sua vita ha restituito respiro e speranza a molta gente! Perché anche p. Carlos contagiava, con il suo spirito di artista e di amore ai poveri…

Un missionario “de chinelo”, lo chiamavano, perché usava sempre e solo le ciabatte infradito della gente più semplice, che spesso non ha altre paia di scarpe. Gli piaceva stare con i giovani, li appassionava con la sua gioia, la musica, il calcio. Suonava e cantava anche durante la messa, lui e la sua chitarra all’altare! Era stato calciatore professionista ed aveva trasferito la stessa passione agonistica alla sua missione.

Era una persona autentica, che si sforzava di vivere in prima persona ciò in cui credeva, come bene ha proclamato dom Pedro Casaldáliga.
Credeva nella forza trasformatrice delle comunità ecclesiali di base e si impegnava molto nel formarne e rafforzarne i leaders. Spiegava il Vangelo con semplicità, con metafore tratte dalla vita quotidiana, e lo collegava sempre con le sfide e le difficoltà della realtà concreta.

Sì, anche la memoria e l’impegno evangelico sono contagiosi e ci mantengono vivi! Ci permettono di superare l’asfissia della realtà soffocante, che sempre più cresce attorno a noi.
Come ricorda Papa Francesco, la fraternità e l’alleanza tra noi, anche con gli amici e amiche che ci hanno già lasciati, sono brecce aperte per non lasciarci imprigionare dallo scoraggiamento e dagli interessi individuali.
Chi costruisce un muro, finisce per perdere gli orizzonti. Chi si fa amico dei poveri, troverà porte aperte ovunque bussa.

mercoledì 7 ottobre 2020

La sinodalità comincia dalle donne!

“Cambiamenti radicali, con grande urgenza: una nuova direzione che permetta salvare l’Amazzonia”.
“Siamo stati testimoni di un evento ecclesiale marcato dall’urgenza di un tema che provoca ad aprire nuovi cammini per la Chiesa nel territorio”.

Con queste e molte altre forti parole del Documento Finale si chiudeva, in ottobre 2019, l’Assemblea del Sinodo per l’Amazzonia.
Dopo un anno, la “Querida Amazônia” si trova ancor più in agonia, a causa della pandemia del Covid-19 e del virus di uno smisurato saccheggio.
Parecchie azioni che immaginavamo di realizzare subito dopo il Sinodo sono state congelate dalla quarantena, imposta proprio all’inizio dell’anno pastorale.

Allo stesso tempo, altre dinamiche di vita, solidarietà, organizzazione popolare, pressione e azione politica si sono messe in moto, con il protagonismo delle comunità e dei popoli amazzonici e la forte alleanza della Chiesa.
Abbiamo già descritto, in questo blog, il triplice servizio dell’ospedale di campagna dei cristiani: diagnosticare, curare, prevenire.
Però, per prendersi cura in modo integrale della vita in Amazzonia, la Chiesa deve continuare il suo profondo cammino di conversione. La sinodalità non è uno slogan, ma un processo lento e necessario alla ricerca di nuove relazioni dentro di ogni comunità cristiana, nella gestione pastorale di una diocesi, nella partecipazione delle chiese locali quanto al magistero, ai modi e alle priorità di evangelizzazione della Chiesa universale.

Più che una parola “di moda”, è una nuova architettura, che riparte dalle pietre finora scartate e che debbono divenire testate d’angolo. In primis, le donne, laiche.
Come sappiamo, l’esortazione Querida Amazônia si è tenuta molto indietro su questo punto. Ma le donne no, non si stanno nascondendo.
In settembre, la diocesi di São Felix do Araguaia, che celebra la memoria viva del vescovo Pedro Casaldáliga, ha nominato una donna, laica, amministratrice di una parrocchia.
Uno dei frutti dell’assemblea sinodale è stata la proposta di un nuovo ministero istituito: la coordinatrice/coordinatore di comunità, che potrebbe anche essere riconosciuta a livello civile come rappresentante della comunità cristiana locale.

Inoltre, dopo il Sinodo, alcuni gruppi continuano lavorando alla proposta dell’ordinazione ministeriale di donne diacono, che era stata presentata da ben sei dei dodici circoli minori dell’assemblea in Vaticano.
Non è facile per le donne farsi spazio, in una Chiesa che fa fatica a declinarsi al femminile: la stessa enciclica che mette di più l’accento sull’inclusione universale -“Tutti fratelli”- continua a suonare incompleta, con questo titolo che esclude implicitamente la metà meno inclusa dell’umanità.

Riprovarci coi santi? A novembre Papa Francesco convocherà l’incontro mondiale di giovani economisti, imprenditori e changemakers, “per dare un’anima all’economia globale”. Si tratta de “L’economia di Francesco”, ma molti movimenti pastorali insistono nell’affiancarci il nome di Chiara. L’economia è femminile, dicono: “Proponiamo un’economia ciclica, fondata sull’accoglienza, il prendersi cura, l’affetto. Tutto ciò presuppone una transizione radicale nei modi e nelle forme della produzione lineare, mascolinizzata, che impone una visione di progresso basata nell’estrazione”. 

Sono state le donne, nel Vangelo, a cogliere il passaggio dalla morte alla resurrezione di Gesù. Nella Chiesa, probabilmente, dovrà avvenire lo stesso.

venerdì 11 settembre 2020

Uno, nessuno, centomila

In marzo, il presidente del Brasile profetizzava che il Coronavirus non avrebbe provocato più di ottocento morti. Lo comparava agli effetti recenti dell’influenza H1N1 nel paese. Cinque mesi dopo, è stata raggiunta la soglia delle centomila vittime, senza nessun segno di diminuzione per i mesi seguenti. 

Il ritmo delle vite che si perdono in Brasile a causa del Covid-19 corrisponde mediamente a tre aerei che cadono, ogni giorno.
Ciascuno con un volto, una storia, una famiglia che si lascia alle spalle. 

Ma la necropolitica ha già deciso chi è necessario, per il paese, e chi può continuare ad essere un “nessuno”, di cui non si avverte la perdita.
La gente muore, l’Amazzonia brucia, l’impotenza cresce.

Negli articoli precedenti abbiamo cercato di mostrare quanto questo tipo di sterminio possa fare parte di un piano cinico e criminoso. Lo confermano già quattro denunce contro Bolsonaro e il suo governo, alla Corte Penale Internazionale.
La scrittrice e giornalista brasiliana Eliane Brum ha pubblicato recentemente un duro articolo contro il governo: “Centomila dita punteranno contro i vostri volti. Forse potrete scappare dai tribunali, ma non fuggirete mai dalla memoria”.

Eppure oggi vogliamo parlarvi di speranza. Lo facciamo sulla scia di un grande pastore, poeta e profeta, che ci ha lasciati proprio nel giorno in cui il paese celebrava il lutto dei centomila morti: dom Pedro Casaldaliga.
Vescovo spogliato di qualsiasi privilegio, rivestito dei poveri e fremente della stessa passione di Gesù di Nazareth, dom Pedro si è sentito sempre oppresso per la grande ingiustizia a cui era ridotta la gente con cui viveva: contadini, indigeni, senza-terra. Oppresso, ma mai schiacciato.
Diceva: “Siamo il popolo della speranza, il popolo della Pasqua. L’altro mondo possibile siamo noi! Dobbiamo vivere scomodando, agitando, impegnando tutti. Come se ciascuno di noi fosse una cellula-madre che sparge vita, che provoca la vita”. 

Ed è realmente incredibile l’impeto di vita con cui l’America Latina sta cercando di reagire alla morsa che la stringe. In luglio, nello stile autoconvocato, plurale e collaborativo che ha marcato la nascita del Forum Sociale Mondiale, è stata lanciata un’Assemblea Mondiale per l’Amazzonia. Migliaia di persone hanno partecipato, con un forte protagonismo dei popoli indigeni, anche se il limite degli incontri online ostacola molto le popolazioni più isolate.
L’Assemblea continua, in questi mesi drammatici di incendio della foresta, con azioni in diversi campi: organizzazione popolare in prevenzione e cura al Covid-19, mobilizzazione internazionale e incidenza politica, nuovi stili di vita e boicottaggio dei prodotti macchiati dal sangue delle comunità amazzoniche, o dalle ceneri della foresta. 

In un paese che da maggio non ha Ministro della Sanità e non ha mai avuto un piano strategico per affrontare la crisi del Covid-19, l ’Associazione Brasiliana dei Popoli Indigeni (APIB) ha lanciato un programma solido e concreto, denominato “Emergenza Indigena”. Si stanno muovendo, con alleanze consistenti, in tre direzioni: attenzione e cura integrata e differenziata contro il virus; processi giuridici e pressione politica per garantire i diritti dei popoli; azioni di comunicazione e informazione sulla salute e prevenzione.

Ancora una volta, è l’autodeterminazione di popoli e comunità tradizionali che difende la vita e propone altri modelli di economia e gestione dei territori, ben più efficaci del controllo dello Stato, resistendo alle fauci dei grandi progetti di saccheggio e esportazione.

domenica 9 agosto 2020

Incompetenza o necropolitica?

No, gli manca proprio la stoffa del leader, e quanto ne sentiamo la mancanza, in questi tempi burrascosi!
All’inizio della pandemia, pur vedendo ciò che avveniva in Cina e in Italia, la chiamava “un raffreddore”. Poi, con la pressione dei numeri e delle storie tragiche in tante famiglie del Brasile, si è sfogato: “Mi chiamo Messia ma non faccio miracoli!”.
Di questi ultimi tempi, non potendo più negare l’evidenza, ha iniziato a camuffare o nascondere i dati ufficiali. Dice: “Tutti moriamo per qualche motivo, prima o poi”…

Il Presidente della Repubblica è un riflesso distorto del volto del Brasile, come gli specchi dei parchi giochi, che deformano le immagini e le rendono ridicole.
Bolsonaro sembra incapace di tenere insieme uno staff di governo competente.
Ha già cambiato tre Ministri della Sanità, nel periodo più delicato di gestione della pandemia. Ognuno proponeva strategie diverse, e tutt’oggi il Paese non ha un piano strutturale, coerente e comune per affrontare il virus, sia sul piano della cura che della prevenzione.
Si è circondato di militari: sono membri dell’Esercito 10 di 22 ministri, e circa 130 funzionari nel primo livello di gestione dei ministeri. Più di quelli che componevano il primo governo della dittatura militare, nel ’64.

Ha perso l’appoggio del Ministro della Giustizia, altra figura controversa, eletta sulla scia dell’onda di odio al Partito dei Lavoratori (PT). Dimessosi, l’ex ministro ha iniziato a smascherare una serie di collusioni del Presidente: una buona tattica per sviare l’attenzione dai giochi sporchi che il Ministro stesso aveva messo in atto per ottenere l’incarico.

Anche la politica economica è barcollante. In uno scenario che prevede recessione di circa 8%, il Ministro dell’Economia continua a ripetere come una filastrocca la soluzione della Scuola di Chicago: privatizzare, finanziare i grandi detentori di capitale (multinazionali e banche), tagliare le spese sociali (uno sterminio, in tempo di pandemia).

I popoli indigeni fanno una lettura ben più critica di questa apparente disorganizzazione, e denunciano una deliberata strategia di sterminio delle minoranze, per impadronirsi dei loro territori. Non riuscendo a cooptare la maggior parte delle comunità, il governo sembra optare per indebolirle e renderle sempre più dipendenti da soluzioni proposte dall’esterno.
Lo confermano rivelazioni di una riunione ministeriale di aprile scorso: il Ministro dell’Ambiente proponeva di approfittare della “distrazione” mediatica concentrata sulla pandemia, per far passare velocemente misure di flessibilizzazione ambientale. Obiettivo? Facilitare l’espansione dei grandi progetti nelle terre considerate ancora “libere”, perché tutelate dalla legge che impedisce attività estrattive.

Alimentare la confusione e l’incertezza sociale pare essere una strategia efficace per conservare il potere, con la minaccia sempre più consistente di un intervento delle Forze Armate in appoggio all’esecutivo, in nome della stabilità.
Si tratterebbe, potremmo dire, di una “teoria del caos organizzato”, con un forte appoggio di chi detiene le armi (comprese le milizie mafiose, il cui legame con il Presidente è investigato da tempo). L’appoggio di grandi imprenditori brasiliani e di organizzazioni e reti straniere garantisce ancora sostegno economico, consulenza strategica e supporto politico, per lo meno finché lo si ritenga opportuno e conveniente.
Dietro le apparenze, il pagliaccio del circo sta conducendo lo spettacolo in fedeltà a un progetto di potere, che si alimenta di odio e di morte.

venerdì 5 giugno 2020

Ci stiamo ammalando

Ci stiamo ammalando. Ma non si tratta solo del Covid-19.
Sì, il virus è arrivato con tutta la sua forza in Brasile, che a maggio era il paese latinoamericano con il più alto tasso di letalità - pur con dati parecchio sottostimati, per la disorganizzazione del sistema sanitario nazionale.

Uno studio dell’Imperial College di Londra a fine aprile indicava il nostro paese al primo posto nel mondo per il tasso di contagio: in media, ogni persona con coronavirus trasmette la malattia ad altre tre, mentre in Germania questo indicatore è allo 0,8.
Uno dei motivi di quest’altra sconfitta per 7 a 1 è la precarietà delle abitazioni della gente e la difficoltà del loro isolamento. Un altro motivo è l’ambiguità irresponsabile e criminale del Presidente della Repubblica, il cui governo non ha adottato una politica chiara e rigorosa di prevenzione e investimento nella cura.

Questo ci porta ad una seconda malattia del Brasile, oggi: la crisi politica. Anche la democrazia nel paese si trova in bilico.
Decine di denunce sono state presentate al Parlamento e al Supremo Tribunale Federale per crimini di responsabilità di Bolsonaro, che non rispetta le regole di prevenzione sanitaria raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, e che ha partecipato più volte a manifestazioni di estrema destra invocando l’intervento militare e l’esclusione del potere legislativo e giudiziario. Inoltre, sono sempre più evidenti schemi di collusione della famiglia Bolsonaro con le milizie di Rio de Janeiro, e tentativi di ingerenza del Presidente sulla Polizia Federale carioca, per proteggersi.
L’arroganza di quest’uomo al potere è sostenuta dietro le quinte dagli interessi dei detentori del grande capitale, e pubblicamente da un gruppo significativo di militanti fanatici che fanno uso di violenza, minacce, calunnie e pregiudizi. Si intravvedono forti somiglianze con le squadracce fasciste, che oggi si manifestano in piazza e nell’agorá virtuale.

È la terza malattia: una degenerazione morale che ha fatto uscire dagli armadi gli scheletri del razzismo, del potere unicamente in funzione dei soldi, di una cultura ancora fondata sulla relazione tra padroni e schiavi, per cui la vita umana è una risorsa usa e getta.
È difficile muoversi come missionari, in un contesto che rinnega tanti sforzi di persone e organizzazioni popolari che hanno investito per anni sul Vangelo, la giustizia, i diritti umani…
Sorprende l’efficacia dell’attacco sistematico a questi valori e alle strutture sociali che li proteggevano.

Eppure, ci dà speranza la posizione coraggiosa della Chiesa in questa congiuntura avversa. Malgrado le contraddizioni e ambiguità interne, la CNBB ha preso posizioni chiare e coraggiose, di questi tempi, riproponendosi come uno degli attori che possono contribuire al riscatto di questa deriva storica.

Orienta l’immagine ispiratrice di Papa Francesco, che presenta la Chiesa come un ospedale di campagna. In un Brasile per tanti aspetti ammalato, questo ospedale si propone la cura (con azioni di solidarietà, gestione organizzata dell’emergenza, vicinanza samaritana ai gruppi più segnati dalla pandemia e dalla crisi economica), la diagnosi (offrendo chiavi di lettura critica e profetica sulle cause che hanno portato alla necrosi delle relazioni sociali e ambientali) e la prevenzione (rifondando percorsi comunitari che fanno della carità una opzione politica, una proposta di nuovi modelli economici e nuovi percorsi educativi).

lunedì 11 maggio 2020

Questo virus non é democratico!

O il lavoro o la salute: ad un certo punto le persone devono anche sapersi accontentare!
Ci sono sempre più angoli nascosti, nel mondo, in cui questa alternativa si rende esplicita.
Nelle regioni che hanno sete di sviluppo è facile installare, con gli sconti e gli occhi chiusi dello Stato, progetti industriali inquinanti, miniere a cielo aperto, monoculture inzuppate di agrotossici. L’economia deve crescere, e per farlo deve appoggiarsi su alcune “zone di sacrificio”.

Alla gente che vive in queste regioni sono imposte alternative sataniche: “Se realmente avete bisogno di lavoro, occorre che accettiate, almeno un po’, gli effetti collaterali dello sviluppo. Se preferite preservare la salute, forse è meglio che non stiate qui”.
Il risultato sono comunità intere di lavoratori e famiglie con la capacità respiratoria pregiudicata dall’inquinamento e le difese immunitarie indebolite dai veleni tossici dell’agrobusiness.

Queste persone testimoniano con la loro vita che la pandemia di COVID19 non è democratica. È vero, può raggiungere tutti. Ma le conseguenze del suo passaggio saranno molto diverse, a seconda delle condizioni di vita di chi colpisce.
Il virus è una cartina di tornasole, che rivela le disuguaglianze strutturali delle nostre “democrazie” e che purtroppo, molto probabilmente, le acuirà.

Vediamo alcuni esempi di come avviene l’impatto del virus nelle società latinoamericane.
L’Organizzazione Mondiale del Lavoro considera l’estrazione mineraria un settore estremamente insalubre. Le regioni in cui si installano questi progetti possiedono, in vari casi, alti livelli di tumori, malattie respiratorie e inquinamento. Eppure, le imprese minerarie stanno continuando ad operare, in tempo di pandemia, a tutto vapore. Gli operai lavorano frequentemente a stretto contatto tra loro, mettendo in pericolo la loro salute e la vita delle loro comunità.

La maniera più efficace per ridurre l’impatto del contagio e offrire un’adeguata assistenza sanitaria è l’isolamento sociale. Ma come garantirlo, per esempio, nella favela di Paraisópolis, in São Paulo, dove la densità di popolazione è di 45 mila persone per Km2 (6 volte di più di quella di Milano) e solo 25% ha accesso alla rete fognaria?

Le terre indigene del nord del Brasile sono forse gli spazi più a rischio, considerando la maggior fragilità a infezioni virali di questi popoli. Eppure, proprio in questi ultimi mesi, il governo sta lasciando via libera ai cercatori d’oro clandestini, che si addentrano sempre più lungo i fiumi amazzonici.

La minaccia di un’epidemia richiede fermezza e decisione da parte dei governi nazionali, con regole chiare e posizioni univoche. Il Brasile sembra essere un’eccezione, in cui il Presidente si concede la leggerezza irresponsabile di scherzare sul virus e contraddire per fini politici la posizione dei governatori locali o dei suoi stessi ministri.


venerdì 10 aprile 2020

Cantiere militare in Brasile

“Amo molto tutti voi e amo la giustizia. Non approviamo la violenza, malgrado riceviamo violenza. Il padre che vi sta parlando ha ricevuto minacce di morte. Caro fratello, se la mia vita ti appartiene, ti apparterrà pure la mia morte".
Pe. Lele Ramin, missionario comboniano italiano ben conosciuto dai nostri lettori, ha dato la sua vita in difesa delle famiglie senza terra e dei popoli indigeni della Rondonia, in Brasile.
Ancora oggi molte comunità di questa regione amazzonica si ispirano al suo esempio e alle sue parole, e ne mantengono viva la memoria.
A padre Ezequiel, come lo chiamano in Brasile, sono state dedicate associazioni, centri comunitari ed anche alcune scuole pubbliche. Segno dell’orgoglio della gente per un missionario che si è fatto tutto a tutti.

Nel febbraio di quest’anno, però, il Governo di Rondonia ha scelto di militarizzare ancora altre scuole di questo stato (ora sono già 13).
Si tratta di un movimento politico che asseconda la paura e l’impotenza della società civile, che per prima, in buona parte, sollecita più forti misure repressive e disciplinari, in tutti gli ambiti della vita urbana.
Il fatto è che questo sentimento di insicurezza e minaccia permanente è spesso frutto di una strategia del potere politico e dei media, che appositamente tende ad amplificare il clima di terrore e di rabbia, per affermare la forza come unica soluzione.
È più difficile per le famiglie educare i figli? Discipliniamoli, imponiamo le regole, mostriamo chi è che comanda.

La soluzione dei soldati nelle scuole ha il suo parallelo a livello del Governo Federale, che ha affidato quasi metà dei ministeri nelle mani di alti ufficiali dell’Esercito, con la motivazione di combattere la corruzione.
Si tratta di un movimento preoccupante, che confonde i ruoli delle istituzioni pubbliche e conferisce troppo potere ad un settore che già di per sé dispone di armi e informazioni strategiche.

I Missionari Comboniani hanno divulgato una critica ufficiale alla decisione di militarizzare una scuola dedicata a p. Ezechiele. I suoi familiari sempre ricordano che Lele è un nonviolento, che credeva profondamente nel metodo educativo di Paulo Freire e non avrebbe mai voluto essere associato alle armi.
I Comboniani hanno ribadito: “Crediamo nell’educazione che risveglia i sogni, e non nell’ordine imposto che intimidisce le persone. Occorre sì investire nelle scuole, ma non mettendole in mano a persone armate: le nostre armi siano i libri, la passione di professori qualificati e rispettati, l’arte, la cultura, la spiritualità, il dialogo, la partecipazione comunitaria, l’inclusione della comunità scolastica nella società che la circonda”.

Il contesto politico nazionale è sempre più preoccupante, così come la percezione della società, una cui fetta consistente sembra optare per la violenza come soluzione dei conflitti.
Spetta alla Chiesa mantenere vivo il sogno e la certezza che esistono altri cammini per la pace.
P. Lele diceva così: "Ho la passione di chi segue un sogno. Questa parola ha un tale accoramento che se la raccolgo nel mio animo, sento che c'è una liberazione che mi sanguina dentro…”