giovedì 4 dicembre 2008

Esperar


Piú che di Natale, ci viene facile in Brasile parlare dell’attesa: nel conflitto tra la vita e la morte (almeno qui) non c’è ancora una vittoria definitiva. C’è gente che aspetta; espera, come si dice qui.
Esperar ha due significati: aspettare e sperare.
Sperare è un verbo attivo, resistente, di lotta (non a caso usiamo spesso l’espressione “trincheiras de esperança”, trincee che difendano ostinatamente quello in cui crediamo). Quelli che sperano appaiono sempre piú come dei ‘cospiratori’: oggi sperare è andare contro corrente, scegliere il conflitto.
Aspettare è molto piú facile e spontaneo: è quello a cui la gente pian piano viene addomesticata. Dai programmi di sussidio governativi alla politica paternalista e di corruzione, tutti sono educati alla dipendenza e all’attesa. È una strategia globale che smorza il sogno e ammaina la rivolta.
Questo tempo di avvento, dunque, è di resistenza: per risvegliare la speranza, per non lasciarci spegnere, per mantenere viva l’indignazione, il senso di giustizia e di riscatto della nostra dignità, del protagonismo dei piccoli! 

La Parola ci ripete, insistentemente, che c’è qualcosa di grande da sperare. Per Isaia, un germoglio spunterá dal vecchio tronco del popolo di Dio, dalle sue radici.
In questa nostra terra pre-amazzonica, devastata e violentata, ci sono solo tronchi mozzati e sembra che nessun germoglio riesca piú a spuntare. Anche la chiesa militante, viva e sognatrice della Teologia della Liberazione sembra soffocata da una nuova onda barbiturica, una religione mediatica e emotiva, che accarezza la pelle ma non smuove alla trasformazione.
Comprendiamo con il Profeta che è tempo di lavorare alle radici: è lí che la vita resiste. Il Signore ci garantisce che non si possono cancellare anni di storia e di lotta, di memoria e di identità; questo vale qui in Brasile e lá in Italia, dove… fa piú freddo.
Fare memoria e riscattare modelli e testimoni nella Storia e nelle nostre storie: esperar è aguzzare lo sguardo in avanti, declinando peró i verbi e le esperienze del passato, con pazienza e ostinazione.
“Per risvegliare la coscienza del popolo, il cospiratore della speranza deve contare con una infinita pazienza” (p. José Comblin)
Camminiamo, dunque, in questo avvento con esperança grande e pazienza infinita: è tempo di dissodare a fondo il terreno, lavorare in profondità, perché molto di quello che cresce attorno a noi e ci soffoca non ha radici e presto avvizzirá.

Sulla scrivania ho una piccola statua di una donna indigena, gravida.
Ogni anno il Signore ci riconduce al principio della nostra vita: la magia dell’attesa, della gravidanza, è il riferimento piú vero per l’uomo e la donna di fede. Con ogni donna, crediamo con testardaggine che la vita si aprirá nuove strade.
Qui sognamo una terra di gente riconciliata con la natura e la foresta, capace di vivere in simbiosi con il creato e ribelle ad ogni modello di sviluppo che succhia sangue e risorse, finché la vita non secchi. Sognamo una chiesa di piccole comunitá corresponsabili, risorte nel cammino protagonista, curvate sulle vittime che ci circondano, coraggiose nella denuncia e nella visione politica.
E tu che leggi, dal cuore di questa Italia che accompagnamo con preoccupazione dalle periferie del mondo, o que esperas? Cosa attendi? E in nome di chi?
Cerca di includere anche noi e i nostri sogni nelle tue attese!
E il Dio della Vita ci accompagni e apra cammino!

domenica 12 ottobre 2008

La violenza contro la natura: disperazione od opportunità?



Riflessione liberamente ispirata al testo “L’intera creazione geme …”, RIBLA 21

Il gemito di Giobbe ed il gemito della creazione.
Nella Bibbia ci sono due forti gemiti, che lo stesso Dio fatica a consolare.
Il gemito di Giobbe è il grido di una persona che si lamenta per la sua situazione (sofferenza, miseria, malattia, esclusione …) e cerca avidamente migliori condizioni.
La creazione, dal canto suo, geme lamentando la sua vocazione alla vita costretta dalla violenza e minacciata di morte definitiva.
Il sistema economico attuale pone in conflitto queste due grida, crea competizione tra gli interessi della persona e quelli della natura. L’accesso al lavoro si scontra con la preservazione dell’ambiente (per ogni nuova impresa pianificata, la parola magica che apre la strada a tutte le licenze è la promessa di centinaia di nuovi posti di lavoro … anche se quasi sempre si tratta di montature promozionali). Allo stesso modo, la natura è considerata nemica del progresso e dello sviluppo.
Giobbe cerca una vita piena ed abbondante; i suoi interessi sono soddisfatti nei paesi sviluppati, mentre la natura continua a gridare da lontano, nei paesi-deposito più poveri del mondo.
Giobbe, dal canto suo, si sente completamente innocente e pure in diritto di gridare contro Dio, recriminando vita e soddisfazione personale. Il Signore gli dá ragione: “se il tuo orizzonte fosse solo la sfera personale, avresti tutto il diritto di gridare e lamentarti. Ma lascia che la tua voce si calmi e comincia ad ascoltare anche altre grida: il clamore della natura, delle masse dei poveri, del sistema squilibrato che sta franando … Comincia ad integrare le tue necessità con quelle dell’intera creazione!”
E’ questo il senso della bella poesia di risposta con la quale Dio riesce ad ammansire Giobbe ed includere la sua vita in una sfera esistenziale più ampia (Giobbe 38-42):
Ha forse un padre la pioggia? O chi mette al mondo le gocce della rugiada?
Dal seno di chi è uscito il ghiaccio e la brina del cielo chi l'ha generata? Come pietra le acque induriscono e la faccia dell'abisso si raggela. Puoi tu alzare la voce fino alle nubi e farti coprire da un rovescio di acqua? Scagli tu i fulmini e partono dicendoti: «Eccoci!»?
Giobbe, che inizialmente si sentiva vittima innocente ed unico meritevole della compassione di Dio, apre gli occhi e dichiara umilmente: “Ho esposto dunque senza discernimento cose troppo superiori a me, che io non comprendo” (Giobbe 42,3). Il nostro piccolo uomo sta cominciando a pensare con il cuore grande di Dio; ha incluso nei suoi sentimenti, sofferenze e desideri anche quelli della vita più ampia che lo circonda. Adesso è in sintonia con la creazione, ha superato il conflitto tra gli interessi dell’individuo e il bene maggiore del tutto che esiste.

A chi spetta una teologia della terra?
Chi ci aiuterà a vivere, individualmente e come società, questa conversione di Giobbe?
Senza dubbio non saranno le grandi multinazionali, potenti divulgatrici della loro teologia personale. Loro vogliono definire – dall’alto al basso- ciò che è sostenibile, “verde”, puro.
Ma “le vittime sono sempre locali” (Vandana Shiva). E’ in basso che si ha la vera nozione dell’impatto di ogni progetto.
Da tempo, Dio ha cambiato di posto! Non ci serve più qualcuno che ci dica dall’alto ciò che è bene e ciò che è male; non crediamo che la verità stia semplicemente nella versione divulgata dei fatti; non abbiamo fiducia nei potenti mezzi di comunicazione che conquistano la coscienza.
“La verità si trova nelle vittime” (Jon Sobrino) e Dio ha scelto questo unico luogo d’interpretazione della realtà!
Perciò una nuova teologia della terra può nascere soltanto nelle ferite delle vittime, lasciando parlare i corpi offesi ed ascoltando il lamento della creazione, dal basso. Il Vangelo rivela che Cristo risorto porta con sé le ferite della croce … ed è esattamente a partire da queste che Tommaso riconosce il Signore. Le ferite della terra e del popolo sono il Corpo di Cristo violato, punto di partenza per una riflessione permanente sulla Vita e sulla Resurrezione possibile.

Alcuni pilastri di questa teologia della terra.
Assumendo il punto di vista “di quelli del basso”, possiamo rilevare tre espressioni interessanti:

La rabbia:
“Non ce la facciamo più!” è il grido ogni volta più frequente che ascoltiamo, restando a fianco delle vittime. E questo lamento si fa reazione, arriva a parlare più alto della violenza incarnata nella realtà dalle grandi imprese, che agiscono silenziose ed impunite passando sopra i poveri. All’inizio questa rabbia può spaventare e sembrare violenta; poco a poco finiamo coll’identificarla con il desiderio istintivo di farsi ascoltare: quando il rumore di fondo della violenza è costante ed oppressivo, bisogna alzare la voce.
Ci sono persone e gruppi che da tempo hanno abbassato la testa di fronte alla pressione violenta imposta su di loro: si sono abituati; ci sono altri (e stanno aumentando) che non sopportano più ed hanno il coraggio di prendere posizione. A volte speriamo che questa rabbia possa contagiare più persone, perché il desiderio di consumo e di accumulazione spengono lo spirito.
Oggi in Brasile un movimento parallelo in vari Stati della Federazione sta provando a “legalizzare la violenza storica”: i danni ambientali, le carneficine, il disboscamento, l’inquinamento vengono considerati un male inevitabile, che è successo e che non si può più aggiustare.
Questo gruppo di potere mira a negare la storia, annullare il legame stretto tra i popoli indigeni con le loro terre che fanno gola a tutti, diminuire la dimensione dell’Amazzonia Legale cosi che nessuno possa più tentare di recuperare le condizioni originarie. Di fronte a questo pensiero clandestino che cerca di mascherare la violenza subita da queste regioni è necessaria una reazione vigorosa, orgogliosa: la rabbia deve svegliarci!

La mistica e l’attenzione per la vita:
Dall’inizio dell’umanità, si percepisce un legame indissolubile tra Dio, il popolo e la terra. La vita non esiste in mancanza di uno di questi tre elementi. Lo stesso avviene nella cultura dei nostri popoli della terra: profondamente religiosi, senza preoccupazioni di dottrina o paura del sincretismo: “Tutto ciò che è fonte di vita per il povero stanco e demoralizzato fa parte del volto di questo Dio che è unico, ma che per ognuno dei poveri assume una faccia diversa, capace di generare vita” (S. Gallazzi).
All’interno dei nostri popoli si nasconde un potenziale inespresso di vita ed attenzione: basta osservare con che solidarietà e prontezza una famiglia povera aiuta un’altra ad educare i figli, adottare o ricevere un bambino, condividere il pane. Queste stesse famiglie possono maturare un sentimento analogo di attenzione verso la vita come un tutto, a partire da nuove piccole pratiche come: disciplina ed autocontrollo al gettare l’immondizia (diminuendola o differenziandola); amore e rispetto per gli alberi; maggior attenzione alla bellezza dei nostri quartieri, case, ambienti …

La creatività:
Le vittime sono sempre locali, quindi la risposta deve nascere da loro. Si tratta di quelle piccole pratiche che abbiamo già accennato: i poveri dispongono di una grande creatività per guadagnare il loro sostentamento e possono applicare la stessa creatività per rendere l’esistenza di tutti davvero sostenibile. In questo senso l’educazione di base ha un potenziale enorme ed ha già dimostrato che può trasformare la società.
Questa creatività personale deve poi trasformarsi in creatività politica: oggi si può investire in microcredito, progetti di generazione di rendita, agroecologia ed agricoltura familiare, progetti di scambio di beni tra campagna e città…

Siamo al principio di una nuova creazione, se vogliamo. Dipende da noi, come ben evidenzia Ivone Gebara: “La terra non ha forma e l’oscurità l’avvolge … Siamo al principio. Il disordine e la violenza imperano e non si conoscono più i sentieri della terra fertile, dell’acqua limpida, del cantare degli uccelli colorati, delle stelle che brillano nel firmamento, della luce accogliente del sole o di quella della luna, amena e argentata, e del sorriso soddisfatto degli umani. Siamo al principio, il principio caotico di tutto, il principio/fine “dell’eterno oggi” di tutta la creazione. Siamo al principio oggi, siamo oggi al principio!”.

venerdì 19 settembre 2008

Architetto, pellegrino o seminatore


Ci sono persone che sentono il bisogno di “dare una struttura” a Dio. Fargli una casa, dirgli dove deve stare e cosa deve fare… convinti che Dio obbedisca a questi piani di piccolo cabotaggio.
Davide (come ogni re, molti superiori, coordinatori, vescovi o parroci) era uno di questi.
Capita anche a me questa tentazione forte di fare lo “scultore solitario”, dando forma ai miei progetti ancora prima di ascoltare la voce della gente e del Signore.
Siamo in molti, soprattutto quando ci viene affidato un ruolo di responsabilità, a stringerci alla praticità ed efficienza dei nostri disegni. L’aspettativa della gente o la fretta di portare frutto ci costringe ad aumentare il ritmo, lavorare da soli o forzare le relazioni in funzione dei risultati.
Tutto deve correre come progettato.

All’opposto, il pellegrino passa di casa in casa. Ha tempo. Non ha bisogno di una sua struttura: nell’incontro cerca segni di Dio e ne condivide altri… poi va, continuando cammino. É un mistico; dall’animo profondo, ha sete di Dio e di significati. Parla al cuore della gente, ma non tende a fermarsi: il desiderio e la ricerca lo spingono oltre.
Forse non lascia molto.

Gesú è stato seminatore. Il seminatore getta il seme e lo lascia crescere; lavora la terra con fatica e persistenza; torna ripetutamente a vedere cosa sta crescendo.
È una bella sintesi tra chi progetta e chi passa senza fermarsi.
Ma com’è difficile restare, andando al passo della gente! E allo stesso tempo sforzarsi di guardare piú in profondità e piú avanti…
Sento forte, qui, la sfida di trainare, provocare, incitare e aprire cammino. Ma anche la necessitá costante di non perdere la spiritualitá, di richiamare tutti al senso di quello che stiamo facendo…

E tu, nella tua famiglia o comunitá, in chi di questi personaggi ti riconosci di piú?

venerdì 15 agosto 2008

Amazzonia: saccheggio e rivolta


In tanti stanno parlando e scrivendo sull’Amazzonia. Eppure siamo convinti che quello che abbiamo da dirvi ha ancora sapore, perché scritto da una terra che era Amazzonia e non lo è piú.
Siamo una comunitá missionaria comboniana che è venuta a cercare questi posti, sfidata dalla violenza silenziosa della devastazione, che parla con spazi immensi di niente: solo terra, terra, terra… per chi? Per quale progetto di sviluppo?

Vi scriviamo da Açailândia, in Maranhão, Brasile. Il nome della nostra cittá significa ‘la terra dell’açaí’, un frutto rosso sangue che è stato risucchiato via dal disboscamento.
La regione della nostra comunitá si chiamava Piquiá, era il nome di un’altro frutto; pochi anni fa l’hanno ribattezzato Pequiá, acronimo che sta per ‘Polo Petrol-Químico de Açailândia’.
Nei nomi, i destini delle cose.

Ora l’Amazzonia è lontana, anche per noi. Qui siamo quello che un giorno altri, alcune centinaia di kilometri piú all’interno, potrebbero diventare: deserto.
Deserto verde, certo: monoculture di brachiaria, che è l’erba dei pascoli immensi nei latifondi.
O di eucalipto, la ‘tenda verde’ per nascondere i forni di produzione del carbone. Usavano eucalipto per bonificare le paludi del Lazio; oggi in Maranhão abbiamo piantagioni di questa specie con centinaia di milioni (!) di alberi, cresciuti in suoli diserbati dal concime chimico: a breve le falde acquifere rischiano di esaurirsi, facendoci passare dal deserto verde alla steppa.

Açailândia secondo noi è un paradigma, una strofa della storia dello sviluppo in Brasile che bisogna imparare tutti a memoria… per evitare di ripeterla in altri racconti.
Non è per questo, peró, che la nostra cittá ha scelto il monumento-simbolo al suo ingresso: due enormi tronchi di alberi nativi, uno incassato nell’altro a formare un ‘tau’ che inneggia al passato delle 60 grandi segherie della zona. Memoria che lo sviluppo è passato di qui, secondo alcuni; monumento ai caduti, secondo altri. Per entrambi i gruppi, resta il fatto che le segherie hanno mangiato legna fino a dieci anni fa senza lasciare nemmeno le briciole; poi si sono tutte trasferite in Pará, piú a nord, lasciandoci solo… la segatura!
Cosí siamo una cittá-simbolo: orgoglio del Maranhão, secondo municipio piú ricco nel nostro Stato, modello efficace della crescita… ma anche luogo del delitto in cui è ancora possibile scovare le tracce di tutti i responsabili della devastazione.
Andiamo a conoscerli.

La Estrada de Ferro Carajás é una delle maggiori ferrovie mai costruite: 892 kilometri per collegare il piú ricco giacimento di ferro del mondo (Carajás) a uno dei principali porti commerciali dell’America Latina: São Luís. Ci passano quotidianamente 12 treni di 330 vagoni e 4 locomotive, carichi di minerali: nel solo 2005 il guadagno netto della ferrovia è stato di piú di 200 milioni di dollari.
Senza calcolare che oggi il minerale di ferro imbarca a São Luís al prezzo di 50 dollari alla tonnellata e viene riscaricato in Cina a 140 dollari. La stessa impresa che estrae il minerale si occupa del suo trasporto, occasione per altri guadagni massicci: state conoscendo la seconda compagnia mineraria del mondo, Vale do Rio Doce.
È questo colosso il grande responsabile di molti movimenti economici qui in Maranhão e nel Pará: una compagnia con 35 mila impiegati, 10 mila domande di lavoro nella sola zona dei giacimenti e una esternalizzazione ad altre aziende del 90% della mano d’opera locale.
Fa capo alla compagnia Vale do Rio Doce lo sfruttamento complessivo di questa fonte di ricchezza, nei suoi diversi passaggi: il ciclo di estrazione del minerale di ferro, la fusione nelle industrie siderurgiche locali senza nessun tipo di filtro né controllo ambientale, il consumo di carbone per alimentare gli altiforni, la devastazione della foresta vergine (fino a qualche anno fa) per ottenere carbone vegetale e le piantagioni massicce di eucalipto (da pochi anni) per sostituire la foresta che c’era prima.
Il “Programma Grande Carajas”, che ha innestato la ferrovia in queste terre per ‘portarvi lo sviluppo’, è stato fin dall’inizio pilotato dall’esterno: le imprese multinazionali durante il regime militare erano le uniche ad avere accesso ad informazioni privilegiate sulla ricchezza di queste terre.
Grandi oligopoli giapponesi e statunitensi, alleati ai generali di fine dittatura, si sono spartiti nel lontano 1978 la terra e le opportunitá. La compagnia Vale do Rio Doce all’inizio è stata anche pubblica, ma dal 1997 è tornata privato bottino degli investitori internazionali.
Cosí, ogni giorno, il nostro popolo maranhense affacciato alla finestra della sua baracca vede passarsi sotto il naso ricchezze enormi a cui non potrá avere il minimo accesso.

Lo sfruttamento minerario è solo una tappa della grande sequenza dello sviluppo: un anello di cui non si riconosce piú l’inizio. Latifondo, disboscamento per produrre, allevare o ricavare carbone, incendi costanti per ripulire grandi aree improduttive da destinare a pascoli, monocultura della soia e dell’eucalipto, industrie siderurgiche, camion…
La violenza ambientale è evidente e innegabile, tanto che la compagnia si è subito prodigata in operazioni mediatiche: poca preservazione ambientale e molta divulgazione della sua preoccupazione per la natura. Nel linguaggio degli affari, si chiama ‘greenwashing’: Una sorta di lavaggio in verde della coscienza davanti all’opinione pubblica. La compagnia ha annunciato che solo nel 2008 investirá 260 milioni di dollari per la preservazione dell’ambiente… eppure continua ad essere il gruppo minerario con piú multe ambientali in Brasile!
Per due volte ufficialmente Vale do Rio Doce ha dichiarato di non rifornire minerale di ferro alle industrie siderurgiche che ancora stessero tagliando legna direttamente dalla foresta. Ottima intenzione, ma giá questo bisogno di rinnovare pubblicamente l’impegno fa sospettare che la prima volta non si sia riusciti a mantenerlo…

C’è poca trasparenza nelle operazioni ambientali della compagnia. Quello che si riesce a vedere, sempre e comunque, sono le 14 industrie siderurgiche lungo la ferrovia, costruite a ridosso delle case della nostra gente (che era lí da almeno 20 anni prima). Ne stiamo aspettando altre due qui vicino e una grande acciaieria ad Açailândia, cittá che non ha ancora imparato a tenersi in piedi sotto il peso della produzione del ferro.
Il sistema di produzione energetica è pericolosamente inquinante (come nel caso di Barcarena, Pará, con una futura centrale a carbone importata da oltreoceano!) o devastante (come nel caso della grande diga di Tucuruí, che -lunga 11 km- ha coperto 2.430 km² di foresta e terre indigene).

Il dolore che questo sistema provoca non è solo per la foresta, ma per tutta la vita che vi si incontra:
le popolazioni indigene, ad esempio, sono spesso vittime inconsapevoli del progresso. Quasi sempre in un silenzio collettivo di complicità.
Ogni tanto, come nel luglio scorso, appaiono piccoli segni di riscatto: il popolo indigeno Krenak, in Minas Gerais, ha ottenuto un’indennizzazione di quasi 8 milioni di dollari per danni morali collettivi, grazie ad un’azione sostenuta dal Ministero Pubblico Federale.
Ad Ourilândia (Pará), in una delle zone di assentamentos dove vivono i piccoli produttori rurali, lo Stato brasiliano ha avuto il coraggio di processare la compagnia Vale do Rio Doce per illegalità nell’estrazione del nichel.
In maggio 2008 il Tribunale Permanente dei Popoli ha condannato la compagnia per crimini ambientali e violazione dei diritti dei lavoratori e dei diritti umani nella regione di Sepetiba (Rio de Janeiro).

È su queste sintonie che dobbiamo muoverci, per scrivere frammenti di storia che escano dagli spartiti di chi possiede gli strumenti di potere.
Oggi sembra che le uniche proposte redditizie siano il latifondo, la monocultura o l’agribusiness.
Ma chi conosce la ‘nostra’ gente crede ancora possibile, malgrado tutto, scommettere sulla produzione familiare, su progetti di piccole dimensioni: ben accompagnati, seguiti per un numero garantito di anni, magari finanziati proprio dalla multinazionale che qui in Brasile sta guadagnando di piú dalla terra e dalla foresta.

È con questo sogno che una rete di enti locali del nord del Brasile si sta stringendo sempre di piú: oltre a noi Missionari Comboniani, si sono riuniti Fórum Carajás, Sociedade Maranhense dos Direitos Humanos, Central Única dos Trabalhadores (Maranhão), Cáritas (Maranhão), Sindicato dos Ferroviários de Pará-Maranhão-Tocantins, Fórum Amazônia Oriental, Associação Juízes para a Democrazia e vari altri gruppi.
Da fine 2007 è nata una campagna, chiamata “Justiça nos Trilhos” (Sui binari della Giustizia) che sta articolando tutte le realtá coinvolte dalla compagnia Vale do Rio Doce nel corridoio di Carajás con altri gruppi di vari paesi del mondo che vivono le stesse contraddizioni.
Il primo appuntamento importante sará il Forum Sociale Mondiale (FSM), dove la campagna “Sui binari della Giustizia” presenterá un seminario internazionale con la partecipazione di Marina Silva, ex ministra dell’ambiente, vari attivisti locali della regione di Carajás e rappresentanti di movimenti di altre parti del mondo.
Fino al FSM (e molto oltre) la campagna continuerá a studiare l’impatto ambientale di Vale do Rio Doce e del modello di sviluppo oggi indiscusso qui in Brasile.

L’obiettivo della campagna è triplice: ottenere indennizzazioni per tutte le violazioni commesse da Vale do Rio Doce nel corridoio della ferrovia, forzare le operazioni di compensazione ambientale che sono state assunte come impegno, ristabilire un fondo di sviluppo della regione intera, a quota fissa annuale proporzionale ai guadagni della compagnia, gestito da un consorzio di municipi e movimenti sociali locali.
Il treno della campagna sta giá correndo, tanto lanciato quanto quelli della multinazionale.
Giá il fatto di essersi incontrati ‘sui binari’ in gruppi tanto diversi è un segno di speranza e organizzazione popolare, che forse puó ispirare anche altri movimenti, in altri luoghi.
A chi ci legge chiediamo solidarietà e collaborazione: abbiamo visto altre volte quanto le multinazionali siano sensibili all’opinione pubblica internazionale; saliamo insieme, dunque, sui binari della giustizia!

lunedì 4 agosto 2008


Questo é il mio corpo

Una frase ripetuta centinaia di volte.
Quando do la comunione alla gente delle nostre piccole comunità, dico loro “O corpo de Cristo” e la veritá piú profonda di questa frase è che loro sono il Corpo di Cristo!
Lo dico a me: Albino, Jocilene, Dirce, Asuério, Zélia, voi siete Corpo di Cristo, pezzettini di comunitá di cui mi voglio prendere cura!
Il pane spezzato insieme ci rende tutti uguali, capaci di riconoscere lo stesso Corpo nell’altro, bisognosi dei frammenti spezzati di umanitá che si sono persi lontano e che vanno ricondotti a casa, reimpastati nello stesso pane.

Questo è il mio Corpo…
Paloma, 14 anni bruciati dal crack e dalla prostituzione.
Ana Paula, che aspetta meno preoccupata di noi i risultati del test sull’AIDS… e ha solo 13 anni.
Maria Vitória, che è morta denutrita in questa cittá, dove circolano milioni in minerali e petrolio (cf. il post del 7 febbraio).
È un corpo spezzato, che dobbiamo curare, in un tempo in cui al contrario il culto del corpo è individuale: palestra, diete, profumi, plastiche, reimpianti…
Il Vangelo ci chiede di raccogliere tutti i pezzi di pane ‘avanzati’ (Mt 14,20) e di ricomporre continuamente il corpo della comunitá.
Vibrare in sintonia con ciascuno delle sue membra: “Il corpo non si compone di un membro solo, ma di molte membra. (…) Se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; se un membro è onorato, tutte le membra ne gioiscono con lui” (1 Cor 12)

mercoledì 2 luglio 2008

Né troppo vicino né troppo lontano da Dio

Questo blog serve a me (e spero anche ad altri) per capire da che parte sta Dio, chi è realmente, cosa ci sta dicendo nella confusione sempre piú assordante e nella sfida (dura) di non perdere la speranza.
È bello e difficile fare tale domanda da straniero in questa terra: ho un DNA italiano, ma convivo quotidianamente con altri ritmi, idee, visioni.

Come suggerisce il Vangelo, possiamo comparare il cammino con Dio al rapporto tra un papá e suo figlio. Ci sono figli che non vogliono perdere il tepore e la sicurezza di casa, altri che se ne vanno presto per il mondo.

La nostra cultura europea sta scoprendo l’indipendenza (e la solitudine) di figli che si sono allontanati molto; il cuore di questa gente del Maranhão, al contrario, è molto stretto a Dio, a cui abbiamo giá ufficialmente attribuito la nazionalitá brasiliana!
Il nome e l’influenza di Dio, qui, ricorrono ad ogni respiro: la religiosità popolare è quasi catturata in una ‘dipendenza fetale’ da Dio. Tutto quello che avviene, in qualche modo è dovuto a Dio e ci parla, dando segnali da interpretare e rispettare.
Conosco persone con quella fede semplice che smuove le montagne; un affidamento totale che le porta a concludere: “mi rimane solo Dio”… e per loro é piú che sufficiente: non crollano nemmeno sotto le difficoltá piú pesanti.
Allo stesso tempo, peró, vedo il pericolo di lasciarsi catturare da questa dipendenza assoluta. Una fede che fatica a maturare e farsi adulta. Risuona in me quel passaggio del Vangelo quando Gesú, in modo provocante, si mette a dormire in barca, proprio durante uma tempesta.
“Signore, non ti importa che moriamo?” Il Signore risponde “Gente di poca fede”... e si riferisce alla fede in se stessi, tanto necessaria quanto quella in Dio. A volte ci vorrebbe proprio, qui nel Maranhão, lasciar dormire di piú Dio e svegliare tanta gente ipnotizzata!
E da noi in Italia? Forse il nostro caso é quello di un altro sonno: “Torno dai discepoli e li trovó che dormivano. E disse: 'Cosí non siete capaci di vegliare un'ora sola con me?'”
In questo caso Dio veglia e soffre, appassionato nel dolore di tanta gente. E non riesce a trovare discepoli dagli occhi aperti, disposti a stare con lui...

giovedì 22 maggio 2008

Due segugi per il Corpo di Cristo


Ogni mattino, alzandomi e pregando, è come se liberassi due cani-segugio. Vai, giá!
Uno dovrá correre dietro alla gente, inseguire i sogni e la lotta di questo popolo, stare dietro i loro passi, mangiare chilometri.
L’altro dovrá correre dentro di me, aprire spazi di accoglienza, farmi crescere in pazienza, rispetto, amore. Inseguire quello che sono e non riesco ancora a vivere, mostrarmi quanto lontano posso andare nel cammino interiore.
La Parola è come la pista da fiutare, apre cammino in entrambe queste direzioni.

Alla sera, stanchi, questi due segugi tornano a casa. Molto spesso smarriti, con l’impressione di aver camminato poco.
Quasi sempre, lo confesso, quello che correva fuori torna con molta strada nelle zampe, molte storie da raccontare. E l’altro si accorge di aver corso poco, perché aveva terre molto piú aspre da attraversare; spesso si ferma bloccato sempre dagli stessi ostacoli.
Ma richiamarli insieme a riposare sotto lo stesso tetto mi fa bene, mi riunifica, mi provoca ad addestrarli ogni giorno un po’ meglio.

Oggi celebriamo il Corpo di Cristo. I miei due segugi dovrebbero conoscerlo bene: uno ne insegue tutte le tracce che lascia tra la gente. L’altro cerca di scovarlo nascosto anche nel mio piccolo corpo, che assomiglia poco al corpo di Cristo, ma forse ne conserva alcune tracce di profumo.