sabato 9 novembre 2019

Voci indigene al Sinodo

“Aiuto! Noi caciques di otto villaggi indigeni nella regione alta del fiume Tapajós piangiamo e imploriamo soccorso: fate qualcosa perché la nostra vita e la vita della natura non siano distrutte… Non ce la facciamo più. I cercatori d’oro stanno invadendo le nostre terre. Le stanno distruggendo e ci minacciano di morte”.
È il grido disperato dei capi indigeni Munduruku, nello stato brasiliano del Pará.

“Giorni fa abbiamo saputo, addirittura, che vogliono legalizzare l’estrazione d’oro nelle nostre terre. C’è gente che fa manifestazioni d’appoggio. Non ci rappresentano! Non hanno la nostra autorizzazione. Nel nostro regolamento abbiamo scritto che per qualsiasi decisione che riguarda il nostro popolo dobbiamo essere consultati!”

Anche frate Messias ce ne parla, molto preoccupato. Lui stesso, da anni impegnato in nome della Diocesi di Itaituba a fianco dei Munduruku, vivendo con loro nella regione, è dovuto ora fuggire ed isolarsi, per lo meno per un po’, a causa di minacce di morte.
Sono le voci soffocate che il Sinodo dell’Amazzonia cerca di amplificare. Uno dei risultati più importanti del processo sinodale è, senza dubbio, la visibilità di queste denunce, che rafforzano la resistenza dei popoli indigeni ed avvicinano ancor più la Chiesa a loro.
“Una Chiesa di presenza, molto più che di visite sporadiche”, diceva il Documento di Lavoro per l’Assemblea dei Vescovi.

Un altro esempio di prossimità della Chiesa è la missione Catrimani, nel cuore del popolo Yanomami. Si trova nello stato brasiliano di Roraima, il piú a nord, al confine con Venezuela.
Da 50 anni, missionari e missionarie della Consolata fanno esperienza di convivenza con i Yanomami senza l’annuncio esplicito del Vangelo: “Essere fratello e sorella dell’altro senza esigere che l’altro sia come me. Proclamare il Vangelo in silenzio, con il dialogo e la comunione di vita, facendo crescere la fraternità, la tenerezza e l’amicizia”, spiega dom Roque Paloschi, presidente del Consiglio Indigenista Missionario, che per dieci anni è stato vescovo della Diocesi di Roraima.

Il Documento di lavoro del Sinodo riscattava molto il valore del dialogo interculturale e interreligioso. Per quindici volte, in quel testo, si faceva riferimento alla storia e cultura coloniale installata nella società, e a volte anche nella Chiesa, in Amazzonia.
Dom Roque dice che nel dialogo con altre culture possiamo soffrire “la sindrome della matrioska: siamo uguali, ma tu sei più piccolo di me”.
La missione Catrimani, spiega il sacerdote della Consolata p. Corrado Dalmonego, “è risultato di un cercarsi gli uni gli altri, di una sorpresa reciproca: gli Yanomami si sorprendevano nel percepire la stranezza dei napëpë (non indigeni), così come questi cercavano di comprendere i loro interlocutori indigeni”. Quel che ha fatto la differenza è stata la presenza costante e stabile dei missionari, che superavano la tentazione delle visite periodiche per l’amministrazione dei sacramenti, e si distinguevano così dalle incursioni impreviste dei razziatori, che risalivano il fiume nell’epoca delle piogge per sottrarre i beni della foresta e della terra. Scegliere di stare insieme nutre relazioni di fiducia e di familiarità.

Dom Roque crede che svuotarsi, come ha fatto Gesù, è un atteggiamento fondamentale nell’incontro interculturale: “non si può insegnare senza allo stesso tempo imparare, né dare senza ricevere”, ragiona il vescovo.
“La Chiesa, quando si fa servitrice e samaritana, è già un sacramento di Gesù. La Parola di Dio non ha bisogno di soppiantare un’altra forma religiosa per farsi presente. Far scomparire una religione è rendere Dio meno presente nel mondo, è aumentare la nostra miopia divina”.



Foto: Guilherme Cavalli

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