domenica 9 ottobre 2016

Una chiesa in rete, per la vita



A fine agosto, Vidalina ha lasciato per alcuni giorni il suo impegno nelle comunitá ecclesiali di base, in El Salvador, per visitare la regione del Cesar, in Colombia. Lá, immense miniere di carbone molto spesso protette dai paramilitari devastano il territorio e minacciano il futuro degli abitanti locali.
Negli stessi giorni, Patricia partiva dallo stato di Minas Gerais, in Brasile, con il carico triste della memoria del disastro di Mariana, a novembre dell'anno passato: la rottura di una diga che raccoglieva gli scarti della minerazione ha ucciso 19 persone, distrutto diversi villaggi a valle e contaminato l'intero bacino del Rio Doce, 600 kilometri di fango che hanno invaso l'oceano Atlantico.
Patricia si dirigeva al dipartimento di Tolima, sempre in Colombia, una delle zone piú fertili del paese a rischio di un'incisione profonda: l'installazione di una enorme miniera d'oro.
I contadini non capiscono. A loro sembra folle questo sistema, che scava l'oro da un buco (la miniera) per metterlo in un'altro buco (i caveau delle banche straniere).

Vidalina, Patricia e circa altre 50 persone di diversi paesi latinoamericani sono state invitate al 3o incontro continentale della rete Iglesias y Minería. Si tratta di una rete nata dal basso, per difendere i coordinatori delle piccole comunitá cristiane, i sindacalisti o i leaders dei movimenti sociali che nei diversi territori cercano di proteggersi dall'aggressione delle multinazionali minerarie.
Iglesias y Minería ha ormai costruito una sua identitá e riesce a dialogare con i gruppi di base, cosí come con le Conferenze Episcopali ed il Pontificio Consiglio di Giustizia e Pace, in Vaticano.
Sta sviluppando una sua spiritualitá ecoteologica, riflettendo sulla sua missione di incidenza politica e sull'importanza di una comunicazione popolare capace di trasformare la realtá.
Si oppone alla strategia di molte multinazionali e di diversi paesi, che cercano di sedurre la gente (ed anche le chiese!) riguardo ad un unico modello di sviluppo, inevitabilmente basato sull'estrattivismo e sul saccheggio dei beni naturali.

In parallelo, un'altra rete ecclesiale sta crescendo molto in America Latina. Si tratta della REPAM (Rete Ecclesiale Panamazzonica). Nasce da una provocazione “dall'alto”, un'intuizione ed un desiderio di papa Francesco, subito raccolti dal card. Hummes, francescano, brasiliano ed amico del pontefice. Ma sta aggregando molti gruppi, pastorali, comunitá “alla base”, profondamente impegnati nella difesa dell'Amazzonia e della sua gente.
In questi mesi sta lavorando intensamente nella formazione, a partire dagli spunti profetici dell'enciclica Laudato Si', ascoltati dalla gente e ritradotti nei loro contesti locali. Si pone a servizio delle comunitá indigene della Panamazzonia, in Bolivia, Perú, Equador, Colombia, Venezuela, Guyana, Guyana Francese, Suriname, Brasile. Vuole lasciarsi ispirare dalla sapienza dei popoli tradizionali, che insegnano a vivere in pienezza e profonda integrazione con l'ambiente. Dialoga con loro nel rispetto della diversitá religiosa. Cerca percorsi di sostenibilitá per il complesso mondo urbano amazzonico. Forma leaders locali nella difesa e promozione dei diritti umani e si articola, a livello internazionale, con la Commissione Interamericana dei Diritti Umani, organismo dell'Organizzazione degli Stati Americani con l'autoritá di interpellare formalmente i paesi che violino diritti e convenzioni.

Insomma, appare piano piano il volto di una “Chiesa in rete” (non solo virtuale) che puó sorprendere le strutture ordinarie di organizzazione e forse anche aprire alcune brecce nella rigida verticalitá gerarchica e nei confini geografici dell'amministrazione parrocchiale e diocesana.
La Chiesa é provocata a muoversi con piú flessibilitá ed articolazione in funzione delle esigenze e del grido dei territori, sfidata ad inculturarsi nelle realtá locali, ma allo stesso tempo a relativizzare gli orizzonti ristretti di una visione diocesana, perché provocata al dialogo con esperienze diverse e a connessioni multiscalari.
Inoltre, nel contesto ecumenico di Iglesias y Minería ed anche della REPAM, la dimensione permanente di dialogo é trasversale: riunisce formalmente negli stessi gruppi di lavoro donne e uomini delle piccole comunitá di base, religiose e sacerdoti, vescovi e pastori. Si tratta di spazi fecondi in cui l'esperienza “di base” interagisce costantemente con il servizio di coordinamento, come in un Sinodo popolare di lavoro tematico, in difesa della vita, dei poveri e della Madre Terra.
Vidalina e Patricia forse non lo sanno, ma stanno costruendo nuovi spazi di Chiesa. 
Papa Francesco, che sentiamo tanto vicino, benedice sorridente.

domenica 11 settembre 2016

Dom Franco, a braccia aperte



Credeva nella forza trasformatrice del Vangelo. Ma solo se la fedeltá a Cristo passasse per la fedeltá ai poveri. Li considerava un “luogo biblico”, perché il Dio della vita ascolta il loro grido di liberazione, come una parola sacra.
Insisteva che oltre a dare un pesce ed insegnare a pescare, occorre “ripulire il fiume”, inquinato dall’ingiustizia sociale.

Dieci anni fa, il 17 settembre 2006, moriva in Brasile per un tragico incidente di bicicletta dom Franco Masserdoti, missionario comboniano, vescovo di Balsas, nello stato del Maranhão.
“Franco riusciva ad essere allo stesso tempo vescovo e fratello”, ricorda dom Pedro Casaldaliga, altro grande maestro di vita per la chiesa brasiliana. “Si trovava bene con tutti, ma specialmente con gli inquieti ed i sognatori”.

Cominció presto a sognare e, una volta prete, ricucí i suoi sogni attorno a visioni di una nuova societá. Studió sociologia a Trento negli anni ‘60. Lá, commenta il giornalista Giorgio Bocca, “come se fosse suonato un misterioso tam-tam, tutti gli avventurosi, gli utopisti, gli spostati, gli irrequieti della penisola si sono dati appuntamento”.

Dopo un primo assaggio di missione inserita, otto anni in Brasile, gli fu affidato il compito di accompagnare ed orientare la congregazione comboniana, prima come consigliero generale a Roma, e poi come coordinatore provinciale in Brasile.
Creativo e coinvolgente, aprí per i comboniani e la chiesa locale nuove porte nel campo dell’animazione missionaria e della missione itinerante, della formazione popolare e politica, della comunicazione, della pastorale e teologia indigena…

Durante le celebrazioni dei 500 anni della “scoperta” del Brasile, nel 2000, i popoli indigeni organizzarono una grande conferenza a Porto Seguro, nello stato della Bahia, luogo del primo sbarco degli invasori portoghesi. 
Quattromila indigeni, in marcia pacifica, furono attaccati barbaramente dalla polizia, che voleva disperderli prima che rovinassero le celebrazioni ufficiali. Dom Franco, in qualitá di presidente del Consiglio Indigenista Missionario della Conferenza Episcopale Brasiliana, tentó mediare il conflitto e finí per essere anch’egli arrestato, per cinque ore.

Sono passati piú di quindici anni, ma ancora oggi le aggressioni ai popoli indigeni ricalcano la logica coloniale di cinque secoli fa.
In giugno di quest’anno, un numeroso grupo di indigeni Guarani-Kaiowá dello stato di Mato Grosso do Sul rivendicavano alcune terre ancestrali in cui si trovavano accampati. 
Un gruppo di persone armate (esistono forti indizi che si tratti di paramilitari contrattati dai fazendeiros locali) li circondarono ed iniziarono a sparare, uccidendo un giovane di 26 anni e ferendo altre 6 persone, tra cui un bambino di 12 anni. Un mese dopo, nella stessa regione, un attacco simile ferí 3 persone dello stesso gruppo indigeno; uno di loro si trova in stato grave.
I movimenti popolari e diversi gruppi religiosi denunciano da tempo la guerra non dichiarata contro questa etnia, attaccata sistematicamente: un vero e proprio processo di genocidio, con la piú totale garanzia di impunitá.

Dom Franco, che ha sperimentato sulla pelle il bruciore di questa violenza sfacciata, ci provocherebbe peró a cercare segni di speranza. 
Eccone uno, diretamente dal bacino amazzonico del Rio Tapajós: il popolo Munduruku esige che il governo brasiliano riconosca formalmente il suo territorio; in questo modo, avrebbe molto piú forza per opporsi ai numerosi progetti di dighe idroelettriche che minacciano di allagare buona parte della regione.
Insoddisfatti per l’inerzia ed i subdoli interessi dei partiti al governo, i Munduruku hanno iniziato un progetto di “auto-demarcazione”. Disegnano loro stessi la mappa della loro terra, affermando cosí dal basso l’autoritá di tracciare i confini, a partire dalla conoscenza del territorio, preservando i luoghi della pesca tradizionale, della caccia e della raccolta dei frutti nella foresta, dei villaggi e dei campi coltivati manualmente.
La storia puó essere riscritta, se diamo voce alla “parola sacra dei piccoli”.

domenica 21 agosto 2016

Un Forum, non un buco nell'acqua



La domanda che piú spesso ho ascoltato durante il FSM di Montreal é “Cosa possiamo fare noi da qui?”. Realizzare per la prima volta il Forum nel nord del mondo evidenzia la distanza che ancora esiste con il Sud globale.
In questa ricca cittá del Québec, in alta stagione, mancava molto la parola del Sud, specialmente dell'Africa e dell'Asia. 
La politica asettica del Canada alle sue frontiere ha filtrato il diritto delle persone a viaggiare ed incontrarsi. 
Come si sa, almeno 250 visti d'ingresso richiesti dai partecipanti stranieri al Forum sono stati negati. “Siamo portatori di idee, non di bombe”, si sfoga l'attivista maliana dei diritti umani Aminata Trauré, già ministra della cultura e tra i candidati a succedere a Ban Ki-moon ai vertici Onu.

L'incontro di Montreal ha posto il FSM in una logica diversa. Con meno intercambio sud-sud e meno stimoli per inventare la resistenza dal basso (“Crear para crer”, diciamo in America Latina). Ma con buone riflessioni e provocazioni nella linea dell'incidenza politica, dell'articolazione con instituzioni internazionali e degli stili di vita. Sicuramente, in molti dibattiti, é parso chiaro che non si puó trattare isolatamente ciascuna forma di resistenza, perché la crisi é una sola: di sistema, di valori... e in alcuni momenti anche di speranza.

In diversi paesi, ultimamente, soffia un vento di instabilitá dei valori democratici; a livello globale sembrano sgretolarsi alcuni punti di riferimento essenziali, su cui costruire solidi e giusti accordi di convivenza. 
La violenza impazzita e la follia fanatica del terrorismo smonta in molte persone la fiducia nel dialogo, nella convivialitá delle differenze. Il linguaggio seducente delle multinazionali e dei governi e la loro doppia morale inducono parecchi all'illusione che qualcosa sta cambiando, che sta crescendo la sensibilitá per la giustizia sociale ed ecologica. 
Dobbiamo dire, piuttosto, che cresce la capacitá di cammuffare interessi e camminare agilmente sul filo dell'ambiguitá, per garantire i profitti di sempre com una maschera piú verde e accogliente.

In questo contesto, il FSM é sempre piú necessario, anche se ha bisogno di evolvere nelle sue strategie. Alcuni suggeriscono che si approfondiscano macroincontri tematici (é in gestazione uno su governi e forme alternative di potere popolare, analizzando la situazione a partire dall'America Latina). Altri insistono che il Forum dovrebbe sfruttare meglio il grande potere di incidenza che hanno centinaia di organizzazioni e movimenti sociali ben articolati. Altri ancora sentono che occorre aggregare e consolidare la relazione con i movimenti sociali piú giovani...

Per chi lavora dal basso, il Forum é sempre occasione preziosa per costruire rete di analisi e azioni tematiche. É come incontrarsi in una grande piazza, sotto la tenda del dialogo tra le culture, del dibattito sul cambio climatico e l'energia alternativa, della resistenza al superpotere delle transnazionali, ecc. Mi piace chiamare questa piazza com lo stesso nome che propone Papa Francesco: globalizzazzione della solidarietá.

A Montreal ho lavorato molto sotto la tenda delle comunitá che soffrono gli impatti delle industrie estrattive, specialmente in America Latina.
Abbiamo radunato un buon gruppo di persone per riflettere, in una sequenza logica di quattro seminari, sulle violazioni provocate dalle industrie minerarie, sulle relazioni promiscue tra le imprese e gli stati, sulla criminalizzazione dei leaders comunitari e l'aumento fuori d'ogni controllo delle uccisioni di sindacalisti e membri dei movimenti sociali.
Abbiamo provocato una riunione con alcuni vescovi canadesi, per rafforzare la relazione della rete ecumenica latinoamericana Iglesias y Minería con questa conferenza episcopale, ed ottenere il suo appoggio formale in alcune delle nostre iniziative.
Abbiamo rilanciato la Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM) come uno strumento di articolazione che in qualche maniera replica, in chiave ecclesiale, l'intuizione del FSM.

Putroppo la piazza del FSM e tutti gli spazi pubblici in cui si radunano persone che sognano un mondo piú giusto, spesso si trasforma in un non-luogo, come la stazione del metró, in cui la maggioranza della gente passa senza alzare la testa, ciascuno con il suo itinerario ed il suo piccolo mondo nella borsa.
Una enorme sfida, per combattere le gravi violazioni di diritti socioambientali di oggi, é ottenere l'appoggio della gente disinteressata e distante. 
Non la si conquista insistento sul “dovere” dell'impegno sociale, ma mostrando che prendersi cura della Vita dá senso e sapore alla vita di ciascuno. Se il capitalismo é una religione, il suo rito é il consumo e la sua mistica é il desiderio indotto, occorre un nuovo immaginario, alimentando sogni piú profondi, piú umani.

Un cammino é raccontare storie. Storie di gente che fa le cose con gusto, di comunitá che si autodifendono e proteggono il loro stile di vita, di sogni in costruzione.
Imparare a raccontare storie é scrivere una nuova Storia. É successo cosí anche con il Vangelo, che ancora oggi ispira il dono della vita di molte persone...