giovedì 17 settembre 2015

Sogno comboniano



Mi piace correre.
In genere fisso una meta finale, ma poi nei vari momenti della corsa identifico delle tappe da raggiungere e mi concentro su di esse, così non mi spavento per tutta la strada che ancora manca.

Quando mi hanno chiesto di scrivere sul sogno comboniano, sull’utopia della nostra missione, ho recuperato quest’immagine. Abbiamo già la meta finale, non occorre riscriverla. È il Vangelo, che Francesco ha saputo ritradurre così bene nelle sfide di oggi, donandoci Evangelii Gaudium e Laudato Sí.

Sulle tappe che dobbiamo raggiungere e sui percorsi che possiamo continuare a percorrere, vorrei dire poche cose.
Non occorre essere comboniani supermen. Siamo persone semplici, con tutti i nostri limiti. Ma possiamo scegliere i luoghi in cui stare. La storia ci offre i ‘segni dei tempi’, a cui noi possiamo rispondere con alcuni ‘segni dei luoghi’.
Stare con i poveri è un segno. Una testimonianza che parla da sola. Perché scomoda la nostra vita e risveglia la creatività. Quanto più le comunità comboniane si installeranno tra i poveri e gli abbandonati, tanto più la nostra missione avrà sapore, e loro ci provocheranno a cercare senso, giustizia e speranza in questa vita.
Stiamo provando a chiamare questo atteggiamento come un ‘pellegrinaggio inter gentes’. È un bel nome per un nuovo paradigma di missione.

Il pellegrino è una persona in ricerca. È bella quest’immagine della missione come ricerca comune di Dio. Dà un senso nuovo anche alla nostra preghiera, che riparte dalla storia, racconta quello che stiamo vivendo e sentendo, contempla segni di speranza e di resistenza tra le persone con cui camminiamo, riconosce la voce di Dio negli eventi e situazioni che ci capitano, ci indigna e ci sgomenta finché la vita di tutti non è piena. Anche celebrare diventa un gesto più denso, più umano.

Si parte dalla sete comune di giustizia e di pace, dall’urgenza del prenderci cura delle vittime e della madre terra. Questa sete, come nel caso della Samaritana al pozzo, ci fa incontrare tra noi e con Dio. Ci fa capire meglio chi è il Signore della Vita e su quali cammini anche lui si fa pellegrino assetato di umanità.

Scrivo a voi, giovani, perché abbiamo bisogno di voi. Camminate con noi, aiutateci ad aprirci di più, abitate le nostre comunità, sognate con noi la missione.
Ha ancora senso consacrarsi a Dio per tutta la vita su questa strada. Ma è una strada in cui convergono anche altri: famiglie, laici e laiche missionari, donne e uomini di Dio che Daniele Comboni, due secoli fa, era già riuscito a mettere insieme, per la vita dell’Africa, del mondo…

Ad Açailândia, alle porte dell’Amazzonia brasiliana, proviamo a viverlo.
Ci consideriamo una comunità-famiglia, anche se –come in tutte le famiglie- non mancano incomprensioni e conflitti.
Alcuni anni fa ho provato a riassumere i nostri obiettivi, i sogni ed il nostro tentativo di realizzarli. Se volete, potete conoscerci meglio leggendo questo articolo.

Da almeno otto anni stiamo cercando di integrare il cammino di una comunità religiosa (padri e fratelli) con laici e laiche missionari insieme ai quali, in diversi modi, condividiamo la missione: ascoltare il grido dei poveri e della Madre Terra, interpretare le sfide del nostro tempo e del nostro luogo, rispondervi come comunità e crescere noi stessi insieme alla comunità cristiana locale.
Crediamo molto in questo stile di missione. “Io, dunque, corro, ma non come uno che è senza meta”, dice Paolo in 1Cor9. Una delle nostre mete è proprio correre insieme.

mercoledì 2 settembre 2015

Per non mettere il Papa nel cassetto



Ci sono due maniere per “neutralizzare” la profezia e la speranza che Papa Francesco ci sta trasmettendo: metterlo nel cassetto o allontanarlo, sul palco.
 
La potenza dell’enciclica Laudato Sí si potrebbe spegnere in fretta, dopo qualche articolo di giornale e alcuni dibattiti nelle nostre parrocchie. I nostri amici piú impegnati nella causa socioambientale in altri paesi latinoamericani, come Ecuador, Colombia o Perú, lamentano il disinteresse di settori importanti della chiesa istituzionale, che ha giá messo il testo nel cassetto, perché non scomodi troppo. 
Pare che Francesco lo prevedesse, se consideriamo l’insistenza con cui, nell’enciclica, rivolge “un invito urgente a rinnovare il dia­logo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta”, “per cercare insieme cammini di liberazione”. Laudato Sí dovrebbe spezzarsi come pane quotidiano sui tavoli delle nostre comunitá e famiglie, sui banchi delle nostre scuole e universitá, nei circoli delle nostre assemblee cittadine e religiose…

Altri, in maniera consapevole o inconscia, neutralizzano la forza del messaggio di Francesco allontanandolo da sé: ne fanno un profeta, che parla a nome di tutti e rappresenta le attese di tutti. Ma restano ad attendere, lasciandolo solo sul palco dello scenario internazionale. 
È per questo, crediamo, che Francesco continuamente ricorda che il suo papato “non durerá molto”: per evitare meccanismi di proiezione, che deresponsabilizzano. 
“Ai problemi sociali si risponde (…) con reti comunitarie”, sottolinea il Papa (LS 219). 

Nel discorso ai movimenti sociali in Bolivia provoca tutti, e specialmente i piú fragili ed esclusi, all’impegno collettivo: “Cosa puó fare quello studente, quel giovane, quel militante, quel missionario che attraversa tutti gli angoli delle favelas con il cuore pieno di sogni, ma quasi senza soluzioni (…)? Molto! Potete fare molto. Voi, i piú umili, gli sfruttati, i poveri e gli esclusi, potete e dovete fare molto. Oso dire che il futuro dell’umanitá sta, in grande misura, nelle vostre mani, nella vostra capacitá di organizzarvi e promuovere alternative creative (…) e nella vostra partecipazione come protagonisti nei grandi processi di cambiamento nazionali, regionali e mondiali. Non intimiditevi!”
Come missionari vogliamo crederci, ci impegnamo! Abbiamo chiaro che questo è “il momento favorevole, il giorno della salvezza” (2Cor 6,2) e ci inseriamo nel grande flusso di vita e speranza che sgorga da Francesco, remando anche noi contro la corrente dell’attuale modello di consumo e di supposto “sviluppo”.

Una prima scelta del nostro gruppo missionario in Brasile è unificare l’impegno riguardo a due delle nostre prioritá: l’evangelizzazione intesa come servizio ai popoli indigeni e come promozione della giustizia socioambientale. Assumiamo la nuova prioritá “Evangelizzazione e Amazzonia”. Comprendiamo sempre piú, infatti, come tutto sia “intimamente relazionato” (LS 137) e, nella logica dell’ecologia integrale, ci spetti promuovere la vita, difendere le culture ed i territori insieme alle comunitá che vi abitano, e cosí incontrare Dio insieme a loro. 

Identifichiamo con sempre piú chiarezza la difesa della vita in Amazzonia come una delle nostre prioritá e come un’urgenza per il mondo. Francesco ha dichiarato: “L’Amazzonia è un test decisivo e un banco di prova per la chiesa e l’umanitá”. 
L’anno scorso, le chiese dei nove paesi che si affacciano sulla Panamazzonia hanno istituito la Rete Ecclesiale Panamazzonica (REPAM), che ha accolto profondamente questa sfida, con il contributo appassionato di noi missionari, unificando le diverse forme di servizio e impegno che da molti anni i cristiani assumono in questa regione.

Per essere ancora piú pratici, abbiamo scelto alcuni contesti paradigmatici per avanzare con maggior radicalitá ed efficacia nella “cura della casa comune”. I lettori di questo blog conoscono il nostro impegno assieme alla comunitá di Piquiá de Baixo, per esempio.
Da otto anni ci stiamo impegnando nella denuncia delle gravi violazioni di diritti umani a causa delle imprese minerarie nell’Amazzonia orientale, lungo il corridoio di Carajás. 
Recentemente, in un incontro che abbiamo organizzato in Vaticano con comunitá di 18 diversi Paesi, colpite dalla violenza delle multinazionali minerarie, il Papa ha scritto: “Nell’Enciclica Laudato Sí ho voluto rivolgere un pressante appello a collaborare nell’aver cura della nostra casa comune, contrastando le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri e degli esclusi, e avanzando verso uno sviluppo integrale, inclusivo e sostenibile (cfr n. 13). L’intero settore minerario è indubbiamente chiamato a compiere un radicale cambiamento di paradigma per migliorare la situazione in molti Paesi”.

Laudato Sí, nostro Signore, per Papa Francesco e per le tante persone che nel nascondimento donano la loro vita in difesa della vita! “Continuate con la vostra lotta –dice Francesco- e, per favore, abbiate bene cura della Madre Terra”.

domenica 12 luglio 2015

Anche in Brasile, Laudato Sí!

I Ka’apor del Maranhão hanno alzato la voce. Per questo vogliono imbavagliarli.
Stanchi di aspettare che lo Stato li difenda e garantisca protezione a loro e alla foresta, questi indigeni del nordest del Brasile hanno organizzato “missioni” autogestite di controllo della riserva forestale in cui vivono.

Vigilano sugli accessi alla loro terra e tendono imboscate ai madeireiros, “cacciatori di legname” clandestini che saccheggiano e devastano i resti dell’Amazzonia maranhense, protetti dai politici e alleati agli impresari locali. Quando gli índios li scoprono, si impadroniscono delle loro motoseghe, incendiano i loro camion e li scacciano dalle loro terre, dichiarate Kaar Husak Há, cioé Aree Protette.

Eusebio Ka’apor era uno dei difensori della terra indigena. Gli hanno sparato alle spalle, a fine aprile, poco lontano dal suo villaggio. In Brasile le vittime della violenza in terra indigena in questi ultimi anni sono aumentate con la stessa proporzione dell’arroganza della lobby parlamentare dei grandi fazendeiros.

Cosa si aspetterebbero i Ka’apor dall’enciclica Laudato Sí, di Papa Francesco? La leggeremo dal punto di vista loro e di molte altre vittime della violenza ambientale. 
Ne faremo strumento di studio popolare della realtá, con le comunitá cristiane insieme a cui viviamo. 

In molti attendevano quest’enciclica. Soprattutto le comunitá e le chiese perseguitate per il loro impegno in difesa della Creazione ed in conflitto con i grandi progetti nelle regioni amazzoniche: miniere, monoculture, impianti idroelettrici, infrastrutture per l’esportazione di commodities. Chiamati “progetti di sviluppo”, rivelano in breve l’interesse quasi esclusivo a sviluppare i capitali di chi vi investe, provocando gravi violazioni di diritti socioambientali per le popolazioni locali e criminalizzazione dei leaders popolari che vi si oppongono.

Uno dei motivi della creazione della rete latinoamericana Iglesias y Minería (Chiese e Minerazione), per esempio, è stato esattamente evitare l’isolamento delle comunitá piú impegnate su questi fronti e far loro sentire l’appoggio morale, politico ed istituzionale della Chiesa al loro fianco. Questo sará forse anche l’effetto pratico piú immediato ed importante di Laudato Sí.

Speriamo che questa enciclica confermi una posizione chiara della Chiesa a fianco delle vittime del cosiddetto “razzismo ambientale”. Desideriamo che, nel denunciare i rischi di sopravvivenza del Pianeta, si faccia solidale alle comunitá piú povere. Esse da una parte sono le vittime piú colpite da questa violenza e dall’altra, in vari casi, ci indicano cammini di preservazione della vita e di organizzazione di economie di basso impatto ambientale nei territori.

In molti paesi è stata implicitamente dichiarata una guerra di bassa intensitá, disputando i territori e le risorse naturali. Nello stile delle antiche colonie, come ben dimostra il libro “Le vene aperte dell’America Latina” del memorabile Eduardo Galeano, ma con ritmi e tecnologie molto piú impattanti, che giungono cosí a violare anche i diritti delle future generazioni.
Lo spirito consumista ed il sistema capitalista crescono ad una voracitá esponenziale; altri modelli di vita che a stento resistono alla loro aggressione li osservano con angoscia e incomprensione, definendoli con molta luciditá “sistemi suicidi”. Da questo punto di vista, la lettura di Laudato Sí potrebbe avere profonde implicazioni politico-economiche.

Le comunità che la Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro definisce “indigene e tribali” rappresentano secondo noi un “baluardo” (Kaar Husak Há). Cosí come lungo la storia le roccaforti hanno protetto territori interi dalle invasioni e frenato il controllo nemico dei territori, allo stesso modo il diritto all’autodeterminazione delle popolazioni locali potrà essere una strategia per evitare la consegna indiscriminata delle risorse alla fame delle multinazionali minerarie, delle tecnologie di comunicazione, dell’acqua o delle grandi catene di prodotti alimentari. 
La Chiesa dovrebbe appoggiare con forza il diritto alla “consultazione previa, libera ed informata” delle comunitá locali, perché sia garantito l’autocontrollo dei loro territori. 

È quello che giá sta facendo in America Latina, attraverso un impegno sempre piú qualificato per i diritti dei popoli indigeni, per esempio. La Red Eclesial Panamazónica, che articola comunitá cristiane di base, gruppi e istituzioni religiose e le conferenze episcopali dei Paesi della grande Amazzonia, sta tessendo rapporti di feconda collaborazione con la Commissione Interamericana dei Diritti Umani in difesa delle popolazioni e del “polmone del mondo”.
La visita di Papa Francesco a Washington in settembre, pochi mesi dopo la pubblicazione dell’Enciclica, potrà toccare anche questi temi delicati e urgenti.

Soprattutto, ci attendiamo che il documento vaticano sull’ecologia faccia maturare un’interpretazione biblica che superi le visioni fuorvianti, patriarcali e colonizzatrici che hanno separato la Creazione dall’uomo, considerando quest’ultimo dominatore e controllore della vita.
Sappiamo quanto il sistema capitalista, ecocida e suicida, abbia ereditato dalla cultura religiosa cristiana. Abbiamo, d’altra parte, l’ispirazione profondamente evangelica di S. Francesco e l’esempio vivo di molti e molte martiri che si sono donati per la vita ed il futuro di tutto il Creato.

Ci è chiesto comunque un profondo ed umile processo di conversione e purificazione. Un nuovo ascolto della Rivelazione, a partire dall’incontro fecondo tra la Parola biblica, il libro del creato e la sapienza dei popoli e delle religioni.

giovedì 4 giugno 2015

Missione e diritti umani

“Ti ho già insegnato, essere umano, cosa è buono e cosa il Signore ti chiede: semplicemente che rispetti il diritto, ami la fedeltà e, così, cammini umilmente con il tuo Dio” (Mi 6,8).

Una delle priorità del nostro impegno comboniano in Brasile è evangelizzare difendendo i diritti umani nelle periferie urbane. In diverse città del Paese abbiamo contribuito alla fondazione di Centri di Difesa dei Diritti Umani o di gruppi umani specifici (bambini e adolescenti, persone incarcerate o senza-tetto, vittime del lavoro in condizioni di schiavitù). Ancor oggi continuiamo facendo parte di consigli municipali o statali di difesa dei diritti e ci impegniamo insieme alle comunità, etnie o popoli indigeni che denunciano violazioni di diritto e rivendicano giustizia.

Come missionari non abbiamo una competenza giuridica specifica. Ma promuovere i diritti umani non è solo un compito degli avvocati popolari. La Chiesa ha un ruolo decisivo nell’annuncio e costruzione di una società in cui la voce di tutti sia rispettata, con il compito profetico di difendere i piccoli e le minoranze schiacciate dalla logica del profitto o del successo escludente.

Profeta dei poveri, il vescovo Dom Pedro Casaldálida sostiene con José Maria Vigil: “Non abbiamo la possibilità, oggi, di una rivoluzione sociale o economica. Abbiamo a disposizione l’Utopia dei Diritti Umani. Una realizzazione piena dei Diritti Umani equivarrebbe ad una effettiva rivoluzione integrale: democratica, socialista, femminista, popolare, ecologica”.
Il sogno di Dio, il suo Regno, ha sempre avuto una profonda connotazione politica e oggi si può costruire affermando e proteggendo il diritto e la giustizia.

Il monaco brasiliano Marcelo Barros critica: “la società dominante presenta i Diritti Umani appena come un campo di inviolabilità individuale, diritti liberali di circolare, comprare e consumare”. Spiega, però, che i diritti umani sono comunitari e collettivi, implicano la cura della Madre Terra e di tutti gli esseri vivi, anch’essi, in alcun modo, soggetti di diritto.
Il Vangelo e la vita di Gesù di Nazareth indicano il metodo irrinunciabile di chi promuove e difende i diritti umani: assumere il punto di vista degli impoveriti e oppressi, non sostituirli né dirigere la loro lotta, ma appoggiare il loro protagonismo, le loro rivendicazioni.

Questa vocazione spetta solo a pochi missionari che, per passione o per l’obbligo di rispondere al dramma dei gruppi umani che accompagnano, si sono immersi e specializzati in qualche campo dei diritti umani? Assolutamente no: è una sfida e una missione della chiesa intera.
Il nostro modo di celebrare e comprendere il Vangelo, il nostro impegno nell’educazione cristiana e popolare, la catechesi, la scelta delle persone che visitiamo e degli incontri a cui partecipiamo, il silenzio o le prese di posizione in difesa dei poveri e delle vittime, la nostra presenza o assenza agli eventi pubblici nelle città, quartieri o villaggi in cui lavoriamo, tutto esprime l’interesse e racchiude il potenziale della Chiesa e dei missionari nel difendere la vita. 
L’animazione missionaria a cui siamo chiamati è proprio questo: aiutare le chiese di oggi ad uscire da se stesse e comprendere che la missione che Gesù ha assunto e ci ha confidato è “Evangelizzare i poveri, annunciare liberazione ai prigionieri e il recupero della vista ai ciechi, rimettere in libertà gli oppressi, proclamare l’anno di grazia del Signore”.


La missione, così, può contribuire alla promozione di un’etica globale, nell’incontro delle diverse spiritualità e confessioni, nel dialogo tra i popoli, sempre a partire dai poveri.

sabato 18 aprile 2015

Il soffio dello Spirito al Forum Sociale Mondiale

Come ci sentiamo piccoli, a volte, di fronte alle enormi sfide di oggi…
Noi comboniani qui in Brasile, per esempio: le comunitá missionarie sono immerse nel loro territorio, alle prese con le contraddizioni quotidiane della violenza urbana o dell’ingiustizia ambientale, del razzismo o dell’esclusione delle donne e dei piú fragili, impegnate nella costruzione di comunitá cristiane testimoni di accoglienza e promozione della vita.

Molti confratelli si dedicano con passione e onestá al loro servizio locale, ma ci provoca anche il richiamo di dinamiche mondiali che rendono la violenza e l’ingiustizia strutturali.  Pensiamo alla contraddizione dei flussi migratori e alle morti in massa nella frontiera mediterranea, al sentimento collettivo di paura e vendetta che la violenza terrorista sembra stia riuscendo ad alimentare, alle enormi sfide per garantire la vita del Pianeta, specialmente verso la Conferenza delle Parti di Parigi, la COP 21.

Dal nostro punto di vista della periferia amazzonica brasiliana, percepiamo evidenti segnali di una crisi profonda, che scarta, per paura di se stessa, la possibilitá di alternative economiche di maggior rispetto ambientale e preferisce politiche di corte vedute, in aperto conflitto con le comunitá locali e di estremo impatto sui loro territori.

In aprile, da diverse parti del mondo, alcuni missionari e missionarie comboniani usciranno dal loro contesto di azione locale per incontrare altri uomini e donne di buona volontá, costruttori di pace, al prossimo Fórum Sociale Mondiale, che avverrá nuovamente a Tunisi.
Immaginatevi il potenziale simbolico di un encontro di popoli in questa terra nordafricana, frontiera in cui si sente piú forte la contraddizione degli squilibri economici, dei fondamentalismi religiosi, dei progetti sociali escludenti.

Due anni prima, il FSM giá si era riunito a Tunisi, in un clima che noi comboniani avevamo definito “primavera di dialogo”. Questo impulso di vita e di speranza non puó lasciarsi spegnere, spetta anche a noi missionari coltivare sotto la cenere i valori evangelici e profondamente umani del dialogo, della riconciliazione, dell’accoglienza, della giustizia sociale e della cura della creazione.

Attorno agli incontri del FSM, dunque, realizzeremo anche il nostro ‘Forum Comboniano’. Circa trenta fratelli e sorelle consacrati e laici, provenienti da diversi paesi dell’Africa, dell’Europa e dell’America Latina si riuniranno per pregare, condividere esperienze, rafforzare proposte interessanti che stanno sorgendo dal basso, ispirate dallo Spirito in risposta all’appello della gente con cui camminiamo.
Si tratta di un incontro importante, alle porte del Capitolo Generale del nostro istituto, che avverrá in settembre. L’impegno nel campo della giustizia, della pace e della difesa della creazione è la chiave di lettura della nostra missione, ci occorrono nuovi strumenti ed intuizioni per comprendere come viverlo oggi, ispirati soprattutto dall’esortazione apostolica di Francesco: “L’allegria del Vangelo – L’annuncio del Vangelo nel mondo attuale”.

Lo stesso Comitato Internazionale del FSM riconosce che una delle ispirazioni piú ricche proviene dall’impegno delle religioni e dei popoli riuniti nella trasformazione sociale. Il Comitato si riferisce all’iniziativa di papa Francesco, quando convocó, in ottobre 2014, l’Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari. Vi parteciparono organizzazioni di persone escluse o emarginate dei cinque continenti, di ogni origine etnica e religiosa: contadini senza terra, lavoratori informali delle periferie urbane, riciclatori, popoli originari, donne in difesa dei loro diritti…

Francesco, nel suo discorso, sottolineó che “i poveri non aspettano piú con le braccia incrociate, illusi da soluzioni che non arriveranno mai; ora i poveri vogliono essere protagonisti per incontrare, loro stessi, una soluzione ai loro problemi. Non sono esseri rassegnati, sanno protestare e ribellarsi”. Francesco spera che “il vento delle proteste si trasformi in un ciclone di speranza”.

Anche noi comboniani soffieremo, nel nostro piccolo, in questa direzione.

venerdì 6 febbraio 2015

La Chiesa e l'estrazione mineraria

Lima, novembre 2013. Una trentina di persone consacrate e laiche, provenienti da Peru, Equador, Colombia, Cile, Brasile, Argentina, Honduras, Salvador e Guatemala si incontrano per dialogare sui conflitti provocati dalle imprese minerarie contro le comunità che accompagnano.
Durante l’incontro, Ramiro Taish (indigena del popolo Shuar, equatoriano) e César García, líder comunitario colombiano, vengono uccisi nelle loro terre a causa delle loro denuncie.

Brasilia, dicembre 2014. È la seconda tappa di questo processo di dialogo, che nel frattempo ha preso il nome ‘Iglesias y Minería’. Questa volta si riuniscono quasi cento persone, da 13 diversi paesi del continente. Il tema è lo stesso, i problemi –forse- sono peggiorati.
Durante l’incontro, riceviamo notizia della morte di José Tendetza, anch’egli indigena Shuar (foto). Affrontava imprese minerarie cinesi e canadesi che stanno aggredindo sempre piú la sua gente e la sua terra. Stava viaggiando dal suo villaggio verso la capitale del Perú, Lima, per partecipare alla COP20, la Conferenza delle Parti in dialogo sul cambio climatico. Avrebbe denunciato anche là le contraddizioni del modello estrattivo. Ma non è arrivato: gli hanno teso un’imboscata e lo hanno eliminato.

È a causa di questa violenza e in nome di queste persone che la chiesa di base latinoamericana si sta organizzando ed incontrando sempre più spesso. Per difendersi, per cercare speranza, per denunciare l’ingiustizia di questo modello che molti credono sia ‘di sviluppo’. E per cercare alternative, di valori e di pratiche di vita.

Magari, nel frattempo, in Italia molte chiese si stanno preoccupando di rinnovare, sui loro altari, il luccichio degli oggetti sacri. Il prezzo dell’oro, negli ultimi dieci anni, è passato da 13mila fino a 40mila $ al Kg. E in America Latina la depredazione dell’oro, dopo 500 anni di storia coloniale, miete sempre più vittime e provoca profonde ingiustizie ambientali.

Nessun altro elemento ha sedotto e tormentato tanto l’immaginazione umana. Non è indispensabile per l’esistenza ed ha molto poche applicazioni pratiche. Ma fin dal tempo dei faraoni era chiamato “carne degli dei” e l’epoca moderna lo ha trasformato nel cemento dell’economia globale.
Per estrarre la quantità di oro necessaria per un anello, occorre in media esplodere, sviscerare, frantumare e setacciare più di 250 tonnellate di roccia e terra. Per ogni grammo d’oro, i processi estrattivi di piccola scala riversano nell’ambiente da 2 a 5 grammi di mercurio, contaminante tossico che affetta il cervello ed il sistema nervoso. Alcuni metodi sostituiscono al mercurio… il cianuro.
Il peggio è che anche l’estrazione di altri materiali apparentemente utili non risponde più a logiche di necessità o produzione, ma soprattutto a interessi finanziari e giochi di mercato in borsa.

L’esempio più eclatante è quello del ferro: il prezzo del ferro è caduto vertiginosamente nell’ultimo anno, dimezzandosi, eppure paradossalmente le maggiori imprese estrattive stanno aumentando la produzione e genereranno nel 2015 un surplus di minerale estratto e inutilizzato di più di 140 milioni di tonnellate! È la logica del profitto delle tre maggiori corporazioni minerarie al mondo: spremere la terra e le sue risorse, stracciare i prezzi, eliminare i piccoli concorrenti che non reggono tempi lunghi senza molti guadagni e garantirsi l’oligopolio della produzione e del mercato azionario.

Qual è il ruolo delle chiese in questa follia autodistruttiva? Essere coscienza dentro al sistema impazzito. Gridare l’allarme con la voce delle vittime al cui fianco camminiamo.
Due mesi fa, l’osservatore permanente del Vaticano all’ONU in Ginevra, mons. Tomasi, ha dichiarato al Forum su Imprese e Diritti Umani che l’economia dev’essere umanizzata, che le imprese ricevono dai governi e dalla popolazione una “licenza sociale per operare” e quindi il profitto non può essere l’unica loro ragione di essere. Ha anche dichiarato, con perplessità, che è difficile “credere che le imprese si auto-regolino volontariamente”: sono urgenti “strumenti vincolanti che rafforzino gli obblighi morali delle imprese”.


Qui in Brasile, da parte nostra, continuiamo a camminare a fianco dei piccoli, che per noi sono i vincoli e gli obblighi morali piú autorevoli, da ascoltare, rispettare e servire.

sabato 10 gennaio 2015

In tempo di terrorismo, di che Spirito abbiamo bisogno?

Questa domenica, la prima dopo il tragico attentato in Francia che sta moltiplicando nel mondo commenti di diverso tipo, il Vangelo ci parla dello Spirito del Signore che si posa su Gesú. E che lui, dalla croce, ha restituito a tutta l’umanitá, come soffio ricreatore.

Riflettendo sul terrorismo, Leonardo Boff offre questa sintesi: “è ogni tipo di violenza spettacolare, praticata con il proposito di occupare le menti con paura e terrore”.
I fatti di questi ultimi giorni stanno prendendo possesso delle nostre menti e installando in molte persone sentimenti profondi, radicali e fondamentalisti.

Si affonda in alcuni lo spirito della vendetta e dell’intolleranza. Si rafforza in altri lo spirito del pregiudizio, della generalizzazione. Altri ancora cavalcano lo spirito dell’opportunismo politico, perché nel tempo della paura il potere si rafforza.
È probabile che si consolidi, a livello internazionale, lo spirito del terrorismo istituzionale, che legittima la militarizzazione, la caccia al nemico, la pena di morte e la tortura intesi come strumenti di repressione e prevenzione, le barriere etniche, religiose e economiche per difendere identitá e privilegi esclusivi.
E una spirale di violenza che stimoli, da parte di chi si sente aggredito (culturalmente, economicamente o militarmente) nuovi attentati e minacce.

Credo profondamente che la fede, malgrado le deviazioni che ha sofferto nelle diverse forme in cui cerca di incarnarsi, abbia ancora molta luce da offrire nello scenario di questo imbrunire delle nostre civiltá.
C’è uno Spirito diverso che puó nutrire la nostra speranza di vita e di fraternitá. 
Capisco meglio, oggi, il gesto troppo pubblicizzato di papa Francesco che ha chiamato alla preghiera, in un giardino, lo spirito musulmano e ebreo dei capi del governo israeliano e palestinese.

In maniera profonda, continua e molto lenta, dobbiamo lavorare sullo spirito che occupa le nostre menti, il nostro modo profondo di leggere la storia e di interpretarla, smascherando gli altri spiriti ‘ambigui’ che la dirigono, ci influenzano e stanno costruendo una societá sempre piú razzista, militarizzata e aggressiva.
“Una matita non sgozza nessuno”, diceva una delle vittime della follia terrorista. Peró la matita, la parola ed il pensiero nutrono azioni, influenzano pensieri e culture. Come è importante la cura che dobbiamo porre al nostro modo di coltivare idee, fedi, valori e principi per le scelte individuali e comunitarie…

Come è importante, in questa domenica in cui circolano migliaia di commenti sui fatti di Parigi, indagare sullo Spirito che si posa sul Galileo, uomo di periferia, di una terra di rivoltosi ed esclusi, “dall’altra parte della civiltá” (oltre il fiume Giordano).
Come è importante dare visibilitá a quello che giá succede da tempo, sull’altra riva: persone che quotidianamente ed in silenzio si dedicano al dialogo interculturale, all’accoglienza e all’inclusione dello straniero; persone di diverse fedi che si incontrano in cerca dello Spirito, per esempio esattamente in Francia, a Taizé, o come cercheremo di fare in Tunisia, in preghiera inter-religiosa al prossimo Forum Sociale Mondiale…


E come anche noi, nel nostro quotidiano, possiamo cercare di vivere vincendo la banalitá del pregiudizio, esercitandoci nell’arte dell’incontro, del perdono, spegnendo il nostro razzismo, interrompendo la spirale della violenza ad ogni passo, come se fosse spegnere fiammiferi...