sabato 1 giugno 2013

Infiltrare persone, infiltrare idee

Brasilia, palazzo del governo.
Un centinaio di manifestanti, con striscioni e slogan di protesta, dichiarano la loro indignazione per una nuova grave aggressione ai movimenti sociali e alla societá civile organizzata.

Poche settimane prima, una fuga di informazioni privilegiate aveva portato alla luce pratiche di spionaggio, infiltrazione di agenti segreti, intercettazioni telefoniche ed invasioni di computers.
L’impresa Vale controlla in questo modo la rete Justiça nos Trilhos e il movimento dei lavoratori rurali senza terra, MST .
Vi sono indizi di complicitá del potere pubblico, come il coinvolgimento di funzionari fuoriusciti dai servizi segreti dello Stato o l’accesso ad informazioni esclusive del sistema nazionale di sicurezza o del fisco.
Puó essere un preoccupante ritorno agli anni bui ed alle pratiche della non tanto lontana dittatura.
È questa la maniera con cui il potere economico manifesta la sua forza e minaccia, dall’alto, chi sta difendendo le vittime degli impatti dei grandi progetti di ‘sviluppo’.

Brasilia, consiglio federale dell’OAB, l’ordine nazionale degli avvocati.
Un giorno intero di dibattito tra piú di cinquanta persone: leaders comunitari, rappresentanti delle popolazioni tradizionali e indigene, ricercatori accademici, militanti dei movimenti sociali, difensori di diritti umani, religiosi, donne e uomini che credono ancora nella democrazia che si costruisce dal basso.
È il lancio del Comitato Nazionale in Difesa dei Territori contro la Minerazione; si discute la costruzione di un progetto popolare per bloccare l’avanzata sfrenata di questo modello estrattivo e proteggere le comunitá da esso aggredite o minacciate.

Il potere tenta di infiltrare persone nei gruppi di base per spiarli, dividere e distruggere; in parallelo, questi stessi gruppi si sforzano per infiltrare idee nel sistema, desestabilizzare il potere e costruire alternative che preservino la vita che ancora ci rimane.
Non abbiamo paura di continuare in questa battaglia delle idee; esigiamo, peró, appoggio dal governo e rispetto ed onestá da parte dell’impresa Vale, che al contrario, una volta in piú, dimostra solo arroganza.

mercoledì 1 maggio 2013

Le colpe dell'amicizia

Non li chiamava servi e neppure discepoli. Preferiva che si considerassero tutti “amici”.
Nell’amicizia, le risposte ed i consigli non vengono sempre dalla stessa persona, dall’alto verso il basso. Si cresce insieme, camminando, come piaceva fare a tutto il suo gruppo.
Uno impara dall’altro, nella misura in cui questo ha il coraggio di mettersi in gioco e quello ha l’umiltá di ascoltare.

I giorni che sto passando in Italia mi invitano a pensare all’amicizia. Mi fanno risentire vecchi sapori e mostrano che le amicizie vere conservano, nascosti, nuovi anelli di una catena di ricordi, che possono tornare a chiudersi ogni volta che ci incontriamo e rafforzano, con la condivisione, legami istintivi, e solidi.

Parlando soprattutto ai ragazzi delle scuole, che mi chiedono sempre perché sono finito in Brasile, maturo sempre piú chiare le “colpe” dell’amicizia.
Sono state amicizie vere che mi hanno provocato a scendere dal “tapis roulant” della vita scontata, apparentemente giá scritta dalle convenzioni, dalla tradizione, dal “c’è bisogno” o “si fa cosí”.
Alcuni tra gli amici piú importanti con cui volevo crescere hanno maturato, in uno stesso periodo, scelte missionarie che mi hanno sorpreso. Si chiedevano piú profondamente di me come essere felici fino in fondo. Credevano nei miei stessi valori, ma volevano dargli piú concretezza.

A poco a poco, la mia ricerca romantica diventava vita pratica, giocata piú al piano terra della storia dei poveri. E tante altre amicizie si sono aggregate attorno ad una scelta comune, quella del Vangelo vissuto alla periferia, in minoranza, con i piccoli.
Non è facile essere fedeli a questa scelta, mi accorgo di tradirla frequentemente. 
Anche qui, peró, gli amici tornano ad essere “colpevoli”: colpevoli della fedeltá.

Una volta che ti schieri su certi valori e scelte appassionate insieme ai tuoi amici… non puoi piú tradire questo patto. L’alleanza stabilita con gli amici è piú forte e meno facile da rompere di quella con Dio: alla fine, ciascuno di noi corre il rischio di farsi un “Dio” a sua immagine e somiglianza; riaggiustiamo di volta in volta il rapporto con lui a partire dai nostri bisogni, ricalibriamo le sue esigenze a partire dalle nostre capacitá. Prima tiriamo la freccia e poi ci disegnamo attorno il bersaglio.
Invece, se ti impegni con degli amici veri, questi non avranno vergogna di metterti davanti agli occhi i tuoi tradimenti o il raffreddarsi della tua passione. E tu farai lo stesso con loro.

Sono convinto che Dio abbia scelto gli amici come strumento piú efficace e permanente di farsi sentire nella nostra storia.
E ringrazio tutti voi, miei amici e amiche, che me lo fate capire e sentire.

lunedì 1 aprile 2013

Un forum nel sapore della Pasqua e del martírio


È ormai una tradizione in occasione del Forum Sociale Mondiale: anche le missionarie ed i missionari comboniani partecipano, offrono le loro proposte e idee, si incontrano per comprendere i nuovi cammini della missione.
Quest’anno il Forum convocato a Tunisi negli stessi giorni della Pasqua ci sembrava una contraddizione: temevamo di perdere l’intensitá della settimana santa. Al contrario, sono state scritte per noi pagine di vita nel sapore della Pasqua e del martirio.

Abbiamo aperto il nostro incontro in terra maghrebina proprio nel giorno della memoria dei martiri di Tibhirine, monaci che non hanno voluto abbandonare il popolo algerino nei giorni della rivolta fondamentalista del ‘96.
E abbiamo concluso sette giorni di riflessione, articolazioni, definizione di strategie ed impegni pregando nel luogo dove due martiri della prima chiesa cristiana tunisina sono state uccise: Perpetua e Felicita, che consideravano il loro martirio come “il grido di un altro”, il Crocefisso. E noi, nell’arena del loro sacrificio, abbiamo rinnovato il nostro impegno assoluto ad essere grido di tante vittime dell’ingiustizia.

C’è una carica spirituale in molte persone che partecipano al forum. Nell’ultima edizione, un’indagine ha definito che il 70% dei partecipanti riconoscono di fondare il loro impegno per la pace e la giustizia proprio su un riferimento spirituale.
E cosí anche noi missionari ci siamo sentiti confermati nel cercare di scoprire il vento dello Spirito che anima questi movimenti. Abbiamo incontrato segmenti interessanti anche della nostra chiesa, presente in modo ancora disarticolato, ma attiva ed in ricerca.
Per non perdersi nell’andirivieni di proposte e nel pluralismo di ideali e lotte, occorreva affermare continuamente, in noi, due degli atteggiamenti chiave dello stesso Gesú di Nazareth: orecchie aperte al dialogo e cuori aggrappati ai poveri.

In questo contesto, i tre giorni della Pasqua hanno acquistato un sapore nuovo.
Giovedí Santo Gesú spezza il pane e fa memoria della vita intera convidisa con i discepoli. Anche noi, in questi giorni, ci siamo cercati e raccolti per mettere in comune le nostre vite. Ciascuno con l’umiltá di voler imparare dagli altri, immagine della comunitá dei discepoli in cerca di senso ed incerta sulla missione che li attendeva.
Al forum abbiamo incontrato una nuova definizione di AGAPE: Alternative Globalization Adressing People and Earth. Questa globalizzazione alternativa, attenta alla gente e alla terra, è uno dei nuovi nomi del cenacolo attorno a cui possiamo incontrarci tutti.

Il Venerdí Santo è giorno di sconfitta e di morte. Risuonano in noi situazioni apparentemente irresolvibili, come il conflitto tra Israele e Palestina, assurdamente ingiuste, come la guerra per la gestione dei beni comuni in Mali, o preoccupanti per le voci degli amici missionari che le soffrono sulla pelle, come il recente colpo di stato in Centrafrica.
L’aggressione ambientale globale è come un aereo in fase di decollo, dice Leonardo Boff: abbiamo giá superato, nella corsa, il punto limite e non ci si puó piú fermare. O ci solleviamo in volo, cambiando pertanto radicalmente il modello di vita, economia e finanza, oppure andremo rapidamente a schiantarci.

La notte del Sabato Santo non è una vittoria schiacciante della vita sulla morte. Troviamo, piuttosto, piccoli segni che ci lasciano intuire che c’è speranza. Sono, per esempio, i sogni di questo piccolo gruppo di missionari: piú inseriti, piú semplici, piú radicali nella prioritá del servizio a Giustizia, Pace e Cura del Creato. È la primavera araba che abbiamo respirato un poco. È l’amicizia profonda di chi si sta impegnando per la vita e si riconosce nella lotta dell'altro.

Dire “un altro mondo è possibile” è un altro modo di affermare “Cristo è vivo tra noi”: due maniere di testimoniare la resurrezione e prepararla, di nuovo, sulle strade della nostra gente e nella memoria dei nostri martiri.

martedì 25 dicembre 2012

Per celebrare Natale


Non so ancora come si chiama.
La notizia ci è arrivata da poco, quasi per caso: la morte sembra una normalitá, pure se afferra una bambina di nove anni.
Pure se avviene con una lenta agonia.
Pure se la famiglia non aveva colpe. Pure se, di nuovo, sono i gas ed il fumo delle siderurgiche a strappare lembi di vita alla gente di Piquiá.

Ho voluto scrivere queste poche righe, come una preghiera, nella notte di Natale.
Prima di celebrare la vita, dobbiamo sempre posare i piedi profondamente nella storia di sofferenza della nostra gente.
Il Vangelo insiste che Gesú fu avvolto in fasce, appena nato, per indicare di che morte avrebbe dovuto morire: restituito cadavere in braccio a sua mamma dai soldati che l’uccisero, avvolto in fasce in un sepolcro che l’avrebbe trattenuto solo per tre giorni.
La morte e la vita sono cosí vicine, nell’esistenza della nostra gente…

Nel silenzio della notte di Natale contempleremo uma Vita che nasce e un’altra in piú che muore vittima della condanna moderna del ‘progresso’: l’inquinamento, l’esclusione, il sacrificio di alcuni perché –dicono- altri possano crescere.
La Pace che ci auguriamo tanto in questi giorni ci lasci inquieti ed appassionati, finché diventerá, davvero, Pace per tutti e tutte.
Foto: Marcelo Cruz

sabato 24 novembre 2012

Un Dio falso, muto, senza cuore


Ho incontrato il presidente della seconda maggior industria mineraria del mondo.
Al 16° piano di un palazzo che cresce tanto in alto quanto profondi sono i buchi che l’impresa scava nei territori e gli impatti che lascia nelle vite della gente.

Mi sono ricordato di Mosé, quando ha incontrato Faraone. Gli tremava la voce, ma il discorso era fermo, perché stava presentando la sofferenza di un popolo intero, schiavizzato, sedotto, ingannato.

Faraone significa ‘grande casa’, centro del potere, controllo dell’economia e dei territori.
Non esiste, peró, nessuna ricchezza accumulata senza conseguenze nascoste, ‘zone di sacrificio’, impatti ‘inevitabili e necessari’, che qualcuno deve soffrire perché molti, suppostamente, possano crescere.

Il Dio di Mosé abita in questi ritagli di mondo sacrificati per la vita dei Signori dell’economia. Da lá sotto, soffia sulle braci della rivolta organizzata dei poveri.

Il Dio di Faraone, che é un idolo, per tenersi in piedi ha bisogno della menzogna. Non una menzogna esplicita, nuda, evidente. È la distanza seduttrice e velata tra la propaganda, i ‘valori corporativi’, i ‘mantra della nostra impresa’… e la pratica reale.

Il Dio di Faraone, che é muto, per farsi ascoltare ha bisogno di arroganza. Non arroganza fisica, diretta. È la violenza simbolica di chi impone il suo potere su comunitá che non hanno elementi o la forza suficiente per contrapporsi.

Il Dio di Faraone, che non ha un cuore, per farsi amare há bisogno di seduzione. Seduzione fatta di promesse raramente mantenute, di milioni di dollari di marketing, di um buon lifting che trasforma l’impresa ed il progresso, mostrandoli belli da lontano ma rivelando che da vicino puzzano, marci.

Come hanno fatto, Mosé ed il suo popolo, ad allontanarsi da Faraone e mettersi in cammino ala ricerca di una nuova terra, in costruzione permanente di nuove relazioni e di una nuova societá?

Credo che la chiave della liberazione sta nella visita di Mosé alla casa di Faraone: l’israelita, seppur balbettando, non si è lasciato sedurre dall’eloquenza del signore d’Egitto e non ha desistito dal Dio fragile e piccolo che si manifestava agli schiavi.

In qualche modo, ha intuito e creduto che c’era piú veritá nella voce di quelle vittime e che la vita aveva senso se vissuta a fianco del suo popolo, e non nella reggia di Faraone.

Mosé è ciascuno/a di noi che viviamo insieme alle comunitá minacciate da questo modello di sviluppo.
Ogni giorno soffriamo la tentazione che la logica di faraone conquisti il nostro cuore, un nostro amico, un coordinatore che all’imprrovviso abbandona il lavoro collettivo, la resistenza, la gente…

Liberazione, prima ancora di uscire dalla dominazione, è non lasciar entrare il dominatore dentro di noi.

domenica 14 ottobre 2012

Missionari Comboniani in difesa della Giustizia Ambientale


Ottobre 2012: il vescovo Michele Russo, missionario comboniano, viene espulso dal Ciad, uno dei piú poveri paesi africani. In una delle sue omelie, aveva provocato il governo riguardo ai profitti del petrolio: nell’opinione del vescovo, non c’è trasparenza nella destinazione del denaro, ci sono sospetti di arricchimento illecito di pochi, mentre gi impatti socioambientali ricadono sullo strato piú povero della popolazione.
Il governo del Ciad considera che il missionario “si è dedicato ad attivitá incompatibili con il suo ruolo”.

Luglio 2012: in Perú, il responsabile dei missionari comboniani per Giustizia e Pace, p. Juan Goicochea, denuncia centinaia di conflitti socioambientali nel suo paese, legati alla resistenza dei popoli peruviani contro le imprese minerarie. In tre giorni di violenza nella regione di Cajamarca, ci sono stati 5 morti e vari feriti. Un altro padre, Marco Arana, è stato imprigionato e torturato. La chiesa peruviana ha negoziato attivamente con il governo per trovare una via d’uscita nel dialogo con le comunitá di Cajamarca. In novembre, una delegazione di Vivat (ONG dei missionari/e che denunciano all’ONU le violazioni dei diritti umani e cercano di garantire protezione alle vittime) visitará la regione in solidarietá.

Brasile: nella regione piú ricca al mondo di giacimenti di ferro, Carajás, i Missionari Comboniani Brasil Nordeste dal 2007 stanno denunciando innumerevoli violazioni dei diritti socioambientali di popolazioni tradizionali, indigene, comunitá rurali ed urbane. La rete Justiça nos Trilhos, fondata dai comboniani ed altri movimenti, affronta ogni giorno diversi conflitti per via delle operazioni di quella che è stata eletta la ‘peggior multinazionale del mondo’ in 2012, la compagnia mineraria Vale S.A.
Malgrado tutto, il governo brasiliano continua finanziando gli investimenti di Vale e ‘benedicendo’ i suoi progetti aggressivi di espansione.

Le industrie estrattive di minerali e petrolio stanno intensificando mondialmente i loro investimenti e grandi opere, per approfittare in pochi anni, ad un ritmo violento e distruttivo, della congiuntura favorevole di prezzi e della fame di materie prime.
In molte regioni del mondo, il boom dell’estrazione calpesta i diritti delle comunitá locali, aggredisce l’ambiente e gli equilibri fino a quel momento stabiliti nei ritmi di vita e nelle relazioni tradizionali.
I governi locali appoggiano questa politica economica dettata da grandi multinazionali, illusi che il ‘progresso’ che si installa nelle regioni ricche di giacimenti sia permanente e installi un ciclo progressivo di crescita.
Fino a prova contraria, il destino di ogni progetto estrattivo è stato abbandonare i territori non appena cominciassero a scarseggiare le risorse naturali e trasferire gli investimenti in nuove regioni da aggredire.
Alle popolazioni locali avanzano solo i crateri e i castelli nel deserto di infrastrutture e cittá costruite durante il picco della produzione.

Da sempre, i missionari si sono dedicati alla vita e liberazione dei piú poveri ed abbandonati. Cristo risorto li invia e li attende tra le vittime, perché, riconoscendolo presente, i poveri alzino la testa e la voce e ricostruiscano relazioni a misura dei loro sogni.

Osservando queste grandi opere estrattive, i missionari ricoscono che vi si trova una forma cinica di ‘razzismo ambientale’: le vittime degli impatti socioambientali sono sempre i piú poveri ed esclusi. I popoli del sud del mondo, ove sono installati i progetti piú aggressivi ed inquinanti; le comunitá delle periferie urbane, che ricevono gli scarti della produzione e convivono diariamente con la pattumiera del progresso; i popoli indigeni, le comunitá tradizionali ed i piccoli produttori rurali, che vengono sempre piú isolati dall’avanzare del deforestamento, dalla concentrazione delle terre, dallo sfruttamento di miniere e giacimenti.

Affrontare il razzismo ambientale, in nome di Cristo risorto, sconvolge i parametri di crescita e di futuro e spinge i missionari/e ad assumere posizioni sempre piú coraggiose: no all’aggressione sfrenata delle industrie estrattive, no alla complicitá degli Stati per un progresso che continuerá ad essere di pochi. Sí alla vita delle comunitá che determinano la loro propria gestione dei territori, dei beni e del futuro.
Ci sembra, questa, una nuova ed efficace lettura delle beatitudini di Gesú nel mondo affamato di oggi.

venerdì 31 agosto 2012

Mi disse Shalom...


Mi disse “Shalom” e mi abbracció.
Fu subito dopo il rito di ordinazione sacerdotale, l’ultima volta per lui come vescovo di Milano. Il cardinal Martini abbracció ciascuno di noi e ci auguró pace, nella lingua della Bibbia: stava per partire per Gerusalemme, dove avrebbe contemplato gli ultimi soffi della Parola di Dio.

Pur coordinando la diocesi piú popolosa del mondo, si ricordava di ciascuno dei suoi preti e di molti laici e laiche, con cui costruí un nuovo modo di essere chiesa. Ancora dieci anni dopo, aveva la delicatezza di leggere le mie lettere e di rispondermi, brevemente, ma con attenzione.

Ho imparato molto con lui: mi ricordo ancora delle notti passate con altre centinaia di giovani, seduti per terra nel Duomo di Milano pieno di gente che celebrava con lui le veglie di Lectio Divina “in traditione Symboli”. Parlava lentamente, con voce profonda, non voleva catturare l’attenzione con espressioni esagerate, ma per la veritá che evocava in chi seguiva le sue parole.

Ancor oggi mi chiedo come poteva manenere la serenitá e la luciditá, nell’amministrazione di una chiesa immersa nel mondo tanto complesso e contradditorio del nord Italia. Mi sorprendeva sempre la sua capacitá di sospendere i problemi e l’affanno e prendersi un giorno intero per sé e per Dio. Era ogni mercoledí, mi sembra; usciva dalla cittá e andava a camminare in montagna, da solo, come Mosé in ricerca di Dio.

L’ultima volta che l’ho visto, ero di passaggio in Italia e lui stava celebrando in una piccola chiesa vicino al mio paese. Alla fine, è entrato in sacrestia ed io non ho avuto il coraggio di andare a salutarlo. Era fragile e stanco. Volevo ricordarmi di lui con questa distanza rispettosa, non era necessario forzare un’intimitá maggiore. Preferisco essere intimo di quello che ha scritto, che mi ha insegnato, della fermezza e profonda serenitá che mi ha trasmesso.

Un altro padre che ci lascia con la sfida di vivere in pienezza. Come tutti i riti di iniziazione e di passaggio, credo profondamente che, per l’imposizione delle mani, un po’ dello spirito dei nostri antenati passa a vivere dentro di noi. Se è cosí, non ti lasceró morire…