domenica 1 aprile 2012

La terza riva del fiume


Il fiume Pindaré scende lento ed ampio, d’inverno, a fianco di villaggi nel profondo interno di questo nostro Maranhão.
Gruppi di famiglie si sono insediati nelle terre a margine del fiume: una piccola riforma agraria che interrompe, a macchia di leopardo, terre di fazendeiros.
Vicino alla riva corre, parallelo, un altro flusso: la ferrovia dell’impresa Vale, che trasporta 300mila tonnelate di minerale di ferro al giorno, per l’esportazione. Questo treno del profitto non si ferma, non conosce ostacoli. Travolge, uccide, sveglia col suo rumore assordante e crepa le pareti di fango delle case in mezzo a cui passa.
Sull’altra riva, i pascoli di una fazenda, che dev’essere cresciuta pian piano comprando gli appezzamenti dei piccoli e sommando una proprietá all’altra. Nuova accumulazione, riforma agraria al contrario: è ancora possibile cambiare questa storia, invertire i flussi, modificare il corso della corrente, tornare a sentire che il fiume, la terra, le risorse sono patrimonio nostro, di tutti noi?

Esiste, se guardiamo bene, una “terza riva del fiume”: attraversiamo il Pindaré in un tronco cavo, con l’acqua che raggiunge il bordo della canoa per il nostro peso. Risaliamo la collina, con gli attrezzi in mano ed il fiato che vien meno.
Finalmente un pezzettino di terra libera, dove le famiglie stanno sperimentando una maniera diversa di coltivare. È il primo campo agro-ecologico di questa regione, senza bisogno di incendiare o di usare veleni chimici, a misura delle forze e delle condizioni economiche della gente dell’interno.
È una piccola macchia di speranza, un flusso debole di alternativa; nemmeno sappiamo se gli agricoltori si convinceranno delle sue potenzialitá.
Ma la terza riva del fiume è stata tracciata e vogliamo credere che ha modo di cambiare un po’ il corso della storia di questi piccoli!

PS: l’immagine della “terza riva del fiume” è del poeta Guimarães Rosa

sabato 17 marzo 2012

Cambiare?


“Un altro che se ne va...”
I vicini commentano rassegnati, all’ombra di un cajú, mentre dall’altra parte della strada polverosa e piena di buche il camion del trasloco comincia a riempirsi.
Un sofá, un letto smontato, vestiti ammucchiati ed un vai e vieni da dentro a fuori di casa, per non dimenticare nulla.
I bambini osservano riflessivi: sará realmente migliore il posto dove stiamo andando?

Il villaggio di Piquiá de Baixo lotta da piú di cinque anni per una ricostruzione di tutte le sue case lontano dall’inquinamento delle siderurgiche, che si sono installate praticamente dentro i cortili di 350 famiglie.
La resistenza è collettiva, ci sono giá state molte proteste, come il blocco della statale o la manifestazione a tu per tu con la Governatora con maschere anti-fumo a coprire il viso.
Ma ogni volta che una famiglia se ne deve andare per proteggere la salute dei bambini o per fuggire dal rumore assordante della termeoelettrica, questa forza comune si indebolisce.

Il trasloco è precario. Un’altra casa che resterá chiusa e vuota. Una famiglia in piú che rischierá la sopravvivenza con un nuovo affitto sulle spalle. “Non stiamo fuggendo, padre. Puoi crederci: quando ci chiameranno per resistere, saremo qui di nuovo!” – garantisce il capofamiglia.

Fuori dalla chiesetta, una vecchia grande croce piantata nel suolo, grigia per l’inquinamento, si è poco a poco inclinata, come se non reggesse il peso di tanta ingiustizia. Tre uomini, mentre il trasloco sta terminando, cercano di raddrizzarla, prima dell’inizio della messa della domenica.

Quando potremo celebrare la dignitá di questa gente, con la testa alta, senza paura né obbligo di fuggire? Quando finalmente, invece delle croci e delle ceneri di questa quaresima permanente, anche noi sperimenteremo la vertigine di chi puó sognare e costruire la sua storia?

mercoledì 8 febbraio 2012

La peggiore del mondo

É un risucchio di risorse dalle viscere della terra e della gente.
Ogni giorno ci passa davanti agli occhi, 12 volte, giorno e notte, il treno della maggior compagnia mineraria del mondo, chiamata Vale S.A.. Carico di ferro e altri minerali, é un salasso quotidiano e silenzioso a cui la gente si é ormai abituata e che attorno a sé ha creato un ciclo produttivo estremamente dannoso: siderurgiche, produzione di carbone, inquinamento, monoculture di eucalipto, gente sem-terra e terra sem-vida...
É il saccheggio neocoloniale di risorse, in funzione di un profitto immediato che lascia impatti e ferite profonde nei territori e popolazioni locali.

La profezia ci chiede di prendere posizione, ma con competenza e serietá. Per questo da vari anni siamo organizzati nella rete “Sui binari della Giustizia” (Justiça nos Trilhos), per esigere uma ripartizione piú giusta degli enormi guadagni della impresa Vale e una ricaduta efficace sul nostro territorio e la nostra gente.

Crediamo molto che la chiesa si debba impegnare nella difesa dei diritti socio-ambientali della gente che vive “alle periferie del mondo”.
La chiesa qui in Brasile (specialmente nelle nostre regioni del nord del paese) é molto sensibile alla promozione dell'integritá del creato. La vita é dono di Dio e abbiamo la responsabilitá di prenderci cura non solo della nostra, ma soprattutto di quella delle generazioni dopo di noi.
Dobbiamo pronunciarci con coraggio contro questo modello di sviluppo a senso unico e senza futuro. Proprio in questi giorni (4-8 febbraio) in Sudafrica avviene un incontro internazionale del Consiglio Mondiale delle Chiese sul tema dell'impatto dell'estrazione mineraria (e la nostra rete Justiça nos Trilhos è lá, per organizzare alleanze sempre piú solide ed ampie).

Il nostro lavoro di missionari qui é prenderci cura delle comunitá che in vari modi sono vittime del sistema di estrazione mineraria: conflitti fondiari, espulsione dalle loro terre, conflitto con popolazioni indigene o afrodiscendenti, inquinamento delle falde acquifere e dell'aria che si respira, incidenti e morti per il passaggio costante dei treni di minerale di ferro... oltre al contrasto visibile tra la miseria delle comunitá locali ed un treno che passa trasportando ogni giorno il corrispondente in ferro di un valore bruto di 20 milioni di euro!

La nostra sfida é aiutare le comunitá a comprendere la dimensione del conflitto che stanno vivendo, metterle in comunicazione le une con le altre, dare visibilitá alle loro rivendicazioni, proporre alternative di vita in equilibrio con le risorse del territorio e le prospettive di futuro della nostra gente (per esempio agroecologia ed economia solidale).
Essere missionari significa denunciare le strutture di peccato sociale che si sono installate nelle nostre regioni, a servizio del vorace sistema neoliberale, ed annunciare il Regno di Dio che nasce nelle relazioni di equlibrio, rispetto e valorizzazione dei piú piccoli e della vita.

Nel mese di gennaio, il nostro lavoro di denuncia e organizzazione delle comunitá-vittime di questo modello di sviluppo in Brasile ed altri paesi del mondo ha portato alla nomina dell’impresa mineraria Vale come la “peggior multinazionale del mondo”. In occasione del Public Eye Award, evento internazionale promosso a Davos, in Svizzera, in occasione del Forum Economico Mondiale, il premio nobel per l’economia Joseph Stiglitz ha consegnato ufficialmente questo riconoscimento all’opinione pubblica mondiale, sempre piú critica rispetto alle contraddizioni di questo modello economico.

É una vittoria delle popolazioni che in vari modi si sentono vittima di Vale. Il risultato ha sorpreso anche noi, che abbiamo proposto la candidatura della multinazionale. I media internazionali stanno divulgando la notizia e Vale non potrá piú cammuffare gli impatti che finora é riuscita a nascondere. La critica si espande al modello aggressivo del saccheggio minerario, che alimenta un sistema affamato di materie prime e insustentabile nella sua voracitá.

giovedì 22 dicembre 2011

Aspettare?

Caricando dentro di sé il sapore di Africa e America Latina, una mia amica si lascia stupire ogni volta dall’ambiguitá del verbo scoperto qui tra noi: esperar significa allo stesso tempo attendere e non perdere la speranza.

A dire il vero, ho sempre avuto una certa rabbia contro questo verbo: aspettare cosa? Immersi in una realtá ingiusta o grigia, danno fastidio la passivitá, il conformismo e l’adattamento di molti che pensano tra sé “va giá bene cosí”…
Mi piace molto di piú il canto degli anni di resistenza alla dittatura, che diceva “Esperar não è saber. Quem sabe faz a hora, não espera acontecer”. Non c’è nulla da aspettare, se vogliamo anticipare nuovi tempi…

In questo avvento, peró, che è attesa… sono successe molte cose. Abbiamo perso un caro amico comboniano, p. Franco, per via di un incidente stradale. All’improvviso, un evento che spiazza e spezza le gambe.
Poco dopo, Ilaria e Federico, laici missionari comboniani della nostra famiglia di Açailândia, ci hanno rivelato che finalmente, dopo tanta attesa… sono ‘gravidi’! Una buona notizia desiderata da tempo e da tanti.

Ci sono lezioni che crediamo di sapere a memoria ma che dobbiamo ogni volta reimparare sulla pelle. La piú importante è che… la vita non ci appartiene. E che occorre aprire spazi per lasciarla entrare.

Mi piace quando celebriamo nelle piccole comunitá rurali: facciamo un cerchio, apriamo uno spazio, lasciamo un vuoto nel mezzo di noi, per ascoltarci, per permettere che qualcosa di nuovo avvenga nal nostro incontro. L’importante sta nel mezzo… e nel mezzo non ci siamo noi. Non c’è nessuno, ma silenzio e spazio.
È lí che la vita e Dio avvengono.


È in questo modo che stiamo vivendo il Natale oggi. Che p. Franco ci accompagni ed il piccolo(a) di Ilaria e Federico cresca con sapore e passione di Brasile!
Tre foto riassumono quello che è avvenuto negli spazi che abbiamo saputo aprire insieme alla nostra gente:


- la Romaria da Terra e das Aguas é stato il momento piú intenso, quest’anno, in cui abbiamo celebrato la vita dei poveri e la profezia della chiesa al loro fianco





- l’occupazione della strada principale del nostro Stato ha mostrato che vale la pena difendere i diritti della gente e con la gente, senza misure





- una bimba sollevata in alto per l’impegno delle piccole e nascoste comunitá rurali ci fa inseguire sogni che non sono piú grandi di noi


Buona nascita a Dio e a tutti noi!

domenica 30 ottobre 2011

Immergendoci nella Giustizia Ambientale

Prainha do Canto Verde é uma comunitá di pescatori a cento kilometri da Fortaleza, Ceará.
Chi la visita in spirito di ascolto, cade subito nella rete seduttrice dei racconti e delle tradizioni di gente ospitale e semplice.
Di generazione in generazione l’arte della pesca, all’amo o con rete, è ripassata religiosamente e in silenzio, dai piú vecchi ai figli e nipoti, nella pratica dei gesti piú che con parole vuote.

Ogni settimana, piccole ‘jangadas’ entrano nel mare e restano al largo per giorni interi, lá dove “rimani solo tu, tra il cielo e le acque”.
Di notte, quattro pescatori in ogni jangada si ritirano negli spazi stretti soto le tavole della barca, riparandosi dal freddo, dal vento e dalle onde che bagnano la superficie.
Ma un quinto deve restare sveglio, lá fuori, tuta la notte: c’è una lampada a gas che deve restare accesa, nel buio totale, per evitare che le grandi navi dell’esportazione del ferro, in alto mare, travolgano le minuscole jangadas ed il loro prezioso carico di vita.

E cosí, questa ‘sentinella della luce’ è anche sentinella della vita.
Ci insegna, ancora una volta nel silenzio dei gesti, cosa sia Giustizia Ambientale: difendere la vita delle persone e dei territori che da tempo vivono nell’equilibrio dei loro ritmi e saperi, ma che sempre piú vengono aggredite da un progresso travolgente, che corre distante da loro e puó passare sopra di loro, schiacciandole.

lunedì 12 settembre 2011

Cristo risorto cammina in mezzo a noi

Il 10 e 11 di settembre abbiamo vissuto a Piquiá/Açailândia un’autentica esperienza di fede e di incontro con il Signore risorto.

“Ecco che io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, disse il vincitore della morte. Si riferiva, lo crediamo, alla fine di questo mondo di ingiustizia e alla nuova creazione di un Regno di condivisione e armonia tra tutte le creature.

La Romaria da Terra e das Águas do Maranhão é stata in questi due giorni un pezzettino di costruzione del nuovo mondo in cui la chiesa crede e che nasce sempre a partire dai piccoli e dagli esclusi. Diecimila persone e i vescovi di tutto il Maranhão si sono riuniti per celebrare, denunciare e mostrare cammini di vita per lo Stato piú povero di tutto il Brasile. “Terra, Águas, Direitos: defender, resistir, construir” era il titolo di questo evento. Spiegato con una citazione bíblica coraggiosa, ispirata a Ap 11,18: “É tempo di distruggere i sistemi che distruggono la terra”.

É stato molto bello ascoltare la voce dei ‘piccoli’, giunti da tutti gli angoli del nostro Stato; danzare al ritmo di festa delle quebradeiras de coco, con le musiche indigene o quilombolas, con i cantici creati dalle piccole comunitá rurali. Abbiamo celebrato intensamente grida di denuncia e sogni di vita. La celebrazione eucaristica é stata profonda, partecipata, carica di vita. Il cammino in marcia fino a Piquiá de Baixo, contesto simbolico dell’impatto socio-ambientale del ‘progresso’, ha intrecciato la denuncia profetica di un sistema che umilia i poveri e la speranza di comunitá che malgrado tutto non abbandonano il cammino, a testa alta: “Sto vendo tutto, non me ne sto in silenzio perché io non sono muto” – cantavano i pellegrini di questa Romaria.

A tutti loro va il nostro profondo rigraziamento: abbiamo toccato con mano, insieme, che Gesú di Nazareth cammina e vive per le strade del Maranhão, a fianco di persone che sanno ció che vogliono e hanno diritto di essere ascoltate e rispettate.

La nostra fede si é rafforzata e l’unione delle diocesi e comunitá del Maranhão si é fatta ancor piú forte. Questa Romaria, come sempre abbiamo detto, non si limita ad un evento, ma si inserisce in un processo che viene da lontano e che ci invita, ora, a non tradire i sogni e le attese che abbiamo acceso nel cuore di tante comunitá, gruppi e persone.

Torniamo, amici, alle nostre case e comunitá. Questa fiamma che ci ha animati non si spenga, illumini la nostra resistenza quotidiana e torni a brillare piú e piú volte in incontri cosí ricchi ed intensi come quelli che abbiamo appena celebrato.

Con gratitudine salutiamo ogni romeiro e romeira. Che la nostalgia di nuovi incontri ci mantenga vivi e uniti in questo cammino con il Signore risorto!

domenica 3 luglio 2011

Quebradeiras de Côco

Um giorno intero all’ombra delle frasche di palma di babaçu, conversando con donne che si svegliano alle cinque e lavorano lá sotto fino a quando torna il buio.

Pochi giorni dopo, su un aereo all’incontro di decine di gruppi e movimenti che hanno parole chiare da dire sul futuro della nostra terra.

Che vita strana e ricca, quella che ci é donata! Missione é prima di tutto ascoltare, comprendere dal basso, sedersi e accettare di stare al ritmo della gente. Ogni tanto ci provo... e poi mi ritrovo a difendere le attese e denuncie della ‘nostra’ gente a livelli piú distanti, dove altri finiscono per decidere il futuro dei piccoli.

Le chiamano ‘Quebradeiras de Côco’, sono donne che raccolgono le piccole noci di babaçu dalle piantagioni spontanee e poi si siedono, pazienti, con un’ascia e un martello per spaccare il cocco e separare la nocciola (per un raffinato olio da cucina) ed il mesocarpo (ricchissimo di principi nutritivi). Non hanno terra, costrette a cercare spazi di sopravvivenza sempre piú limitati dalle monoculture di eucalipto. Le imprese bruciano tonnellate di legname geneticamente modificato per farne carbone; queste donne sminuzzano i frutti della madre terra fino a raccoglierne il midollo carico di vita. Nulla va perduto.

Il loro lavoro é rompere migliaia di noci ogni giorno. Spaccare in mille pezzetti il guscio perché emerga la vita in esso racchiusa.

Lo stesso accade nella costruzione del mondo nuovo che stiamo intuendo e tracciando a piccoli passi: c’é qualcosa di vivo sotto il guscio duro di questo mondo di morte e ingiustizia. Il mondo di oggi é gravido, ma qualcosa si deve rompere, in fretta, perché ricominci la vita e non ci facciamo inghiottire dal risucchio e dal degrado.

Apocalisse lo chiama ‘svelamento’: si rompono le acque di una nuova nascita. Questa rottura non viene da grandi rivoluzioni, ma, credo, dai semplici gesti ripetuti e ostinati dei piccoli, che non smettono di difendere le loro tradizioni, le radici fissate nella terra, la fede negli spazi e nei gesti che hanno imparato dai padri e vogliono insegnare ai figli.

Se sapremo difendere l’iniziativa delle piccole comunitá, l’agricoltura familiare, i diritti dei gruppi indigeni e quilombolas, il lavoro e l’arte delle quebradeiras de côco, staremo rompendo con gesti essenziali ed efficaci il guscio dei vecchi meccanismi di schiavitú e saccheggio, che oggi sono chiamati sviluppo e progresso. Non significa negare il futuro, ma restituirlo nelle mani e al tempo dei piccoli.

Dio danza al ritmo del martello dei poveri, che rompe il guscio delle noci e dell’esclusione. Ci sediamo e balliamo con loro, o preferiamo suonare la musica di altre orchestre?